La violenza politica logora una democrazia affaticata

Un altro tentativo di attentato contro Donald Trump. Un altro atto di violenza politica, in un’escalation che sta segnando la storia recente degli Stati Uniti. E una reazione inusualmente sobria e istituzionale del presidente.
Forse in risposta alla gravità della situazione; o forse, e più probabilmente, perché dal pericolo Trump non è stato quasi sfiorato in questa occasione, diversamente dall’attentato in Pennsylvania del luglio 2024, quando fu ferito all’orecchio e un partecipante al comizio morì.
A caldo, e con informazioni ancora molto incomplete sull’attentatore e sulle sue motivazioni, si possono fare tre considerazioni generali.
Minacce
La prima riguarda proprio la violenza politica, spesso rubricata come «terrorismo interno», con una definizione in una certa misura opaca e problematica. Violenza politica, si diceva, aumentata esponenzialmente negli ultimi due decenni e indirizzata contro figure politiche di entrambe le parti. E legata inestricabilmente alle dinamiche di polarizzazione che hanno segnato, e segnano, la società e la politica degli Stati Uniti oggi. In conseguenza della quale si sono venuti a formare due campi politico-elettorali impermeabili gli uni agli altri e caratterizzati da una ridottissima mobilità di opinioni e, in ultimo, di voti.
Sempre più inclini a rappresentare la controparte non come un normale avversario politico – con idee e programmi differenti, ma pienamente titolato a governare – quanto come un nemico esistenziale: una minaccia assoluta per ciò che si ritiene debbano essere gli Usa e la loro democrazia.
Tutto diventa quindi lecito per fermare tale nemico e bloccare tale minaccia, incluso cercare d’impedire il riconoscimento del risultato del voto e la pacifica transizione dei poteri (come avvenuto nel 2020-’21), attivare procedimenti giudiziari contro i nemici politici o, appunto, ricorrere alla violenza.
Polarizzazione
La seconda riflessione riguarda la democrazia statunitense. Che evidenzia una volta di più la propria fatica e difficoltà. È una democrazia la cui storia è stata segnata dalla violenza (con quattro Presidenti in carica assassinati, quello del presidente è statisticamente uno dei lavori più pericolosi vi siano in America…). Questa violenza è però proceduta a ondate, intrecciandosi con tensioni politiche e sociali più ampie e con la crescente incapacità delle istituzioni democratiche a darvi risposta.

Una difficoltà che è visibile anche oggi, con l’acuta polarizzazione e con un presidente eletto in quanto suo effetto, e non causa, ma che una volta alla Casa Bianca ne è spesso divenuto agente primario, con il suo lessico violento e offensivo, le sue minacce, le sue politiche autoritarie, il suo messaggio divisivo che inietta sistematicamente veleno nel corpo malato della democrazia americana.
Conseguenze
La terza e ultima riflessione concerne gli effetti immediati di questo attentato. Che saranno quasi certamente limitati. Trump potrà forse capitalizzare sul breve periodo, anche grazie alla sobrietà della sua risposta: all’essersi comportato da vero statista, cosa avvenuta raramente in questo suo secondo mandato. Ma l’effetto si affievolirà presto. La polarizzazione limita di moltissimo la mobilità delle opinioni.
Da quando Gallup misura il tasso di approvazione dell’operato dei presidenti, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, Trump è il primo a non avere mai sfondato il 50%. Non è però nemmeno mai sceso sotto il 35% (Truman, Nixon, Carter e Bush Jr. arrivarono a 10/15 punti in meno). Si tratta di una banda di oscillazione straordinariamente stretta e fissa. Indicativa anch’essa, a suo modo, della sofferenza della democrazia negli Stati Uniti oggi.
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