L’italico vizio di agire solo quando c’è un’emergenza

Con la crisi di Hormuz esplodono i costi dell’energia: colpa della nostra imprevidenza, di non aver attuato un adeguato piano di diversificazione delle fonti. E la campagna elettorale non promette scenari migliori
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni - Foto Ansa/Massimo Percossi © www.giornaledibrescia.it
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni - Foto Ansa/Massimo Percossi © www.giornaledibrescia.it
AA

Si dice che l’Italia dia il meglio di sé quando si trova con le spalle al muro. Siamo il Paese d’Europa più franoso, più soggetto a terremoti. Eppure nessun governo ha attuato (progettato magari sì) un piano organico di salvaguardia della nostra bella Italia. Di regola aspettiamo un nuovo rovinoso cedimento franoso o una scossa di terreno per risvegliare, allora sì, un generoso sentimento di solidarietà. In quel frangente, corriamo a soccorrere gli sfortunati concittadini, salvo poi lasciare puntualmente inevasi i proponimenti espressi nel momento dell’emergenza. E cioè: di fare quanto dovuto perché non si debba ripetere un simile dramma. Non a caso, abbiamo la migliore Protezione civile e insieme la peggiore tutela del territorio.

Questa premessa serve a paragonare quel che si verifica periodicamente nel settore della salvaguardia ambientale alle circostanze emergenziali della vita politica. Bisogna che insorga una grave criticità perché si insinui la consapevolezza della necessità di interventi di larga portata per rimediare alle cause che l’hanno prodotta.

Lo stretto di Hormuz - Foto Epa/Ali Haider © www.giornaledibrescia.it
Lo stretto di Hormuz - Foto Epa/Ali Haider © www.giornaledibrescia.it

Ci risiamo con la crisi di Hormuz. Esplodono i costi delle fonti energetiche, compie un balzo l’inflazione. Colpa della nostra imprevidenza, di non aver attuato un adeguato piano di diversificazione delle fonti energetiche. Nessun governo, nessun partito, ha pensato prima di farsene carico. Di fronte all’emergenza si segue il solito copione. Qualche sussidio, qualche bonus e tutto è destinato a restare come prima.

Non aiuta certo a impostare un serio, organico piano energetico nazionale il clima della campagna elettorale ormai in corso. Sarà una campagna lunga – c’è da scommettere –, anche accesissima, rissosa, puntualmente generosa di promesse di future elargizioni di servizi e di alleggerimenti fiscali ma avara di impegni per riforme organiche che affrontino di petto il problema cronico di un’economia ormai stagnante da quasi un trentennio. Esattamente quello che impedisce al nostro Paese il miglioramento del tenore di vita, l’aumento dei salari, la crescita degli occupati, soprattutto nei settori tecnologici di punta. Esattamente quello che invece hanno saputo fare altri Paesi: Grecia, Portogallo, Spagna hanno messo prima i loro conti in ordine e ora ne traggono i frutti: + 2-3% annuo del Pil.

Di tutto ciò da noi non si vede l’ombra. Meloni, è vero, non ha largheggiato (una volta al governo) con facili promesse di spesa. Si è attenuta anzi a un meritorio rigore di bilancio che ci ha portati a un passo dall’uscita dalla procedura europea d’infrazione. La reazione, però, di parti della maggioranza (la Lega di Salvini in primis) mostra che è stato maldigerito un triennio di prudenti politiche di bilancio e questo non lascia ben sperare sul futuro.

Peraltro, non si può nemmeno dire che la Meloni in tre anni di governo abbia osato prendere il toro per le corna. La solita paura di pagare un piano di riforme serie con l’impopolarità. Si ritrova così stretta tra l’incudine e il martello: rischiare una reazione negativa dei mercati con uno scostamento di bilancio per sopperire agli aumenti del costo della benzina e delle bollette o rinunciarvi al costo però di pagare tra un anno, alle elezioni, il malcontento dell’opinione pubblica?

Elly Schlein e Giuseppe Conte - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Elly Schlein e Giuseppe Conte - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Nessuna paura invece scuote il fronte opposto. Opta al contrario con la promessa di largheggiare nelle spese, un po’ su tutto (scuola, sanità, pensioni, transizione energetica) senza però indicare le coperture finanziarie. Una parte, forse maggioritaria, della sinistra non vede l’ora di tornare alle politiche di bilancio delle precedenti legislature. Esattamente quelle che hanno determinato la necessità dolorosa oggi di un aggiustamento. Per non parlare di Conte. Il dispensatore a colpi di centinaia di miliardi di redditi di cittadinanza e di bonus edilizi, non si smentisce. Chiede di rivedere gli accordi firmati sul Patto di stabilità. Quanto alle risorse necessarie ad un ricco piano di sussidi, l’ex avvocato del popolo si propone di recuperarle dagli extraprofitti di banche, colossi energetici e industria delle armi. Piccolo particolare: sono tutte società multinazionali quotate in Borsa.

Veniamo così al punto. La destra nutre qualche dubbio sulla necessità/convenienza di completare il processo di risanamento dei conti. La sinistra semplicemente ne rifiuta la necessità. Potremmo concludere parafrasando Woody Allen: Meloni soffre, Schlein è in ambasce per il suo futuro, Conte in ansia per ritornare premier, ma anche l’Italia non si sente tanto bene.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@Buongiorno Brescia

La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.

Suggeriti per te

Caricamento...
Caricamento...
Caricamento...