La guerra in Ucraina dura ormai da più tempo della Prima guerra mondiale. Il costo umano è diventato spaventoso. Le stime più prudenti indicano che le forze russe abbiano subito oltre un milione tra morti e feriti. Le perdite ucraine sono inferiori ma comunque enormi, probabilmente nell’ordine di diverse centinaia di migliaia tra caduti e feriti.
Sul campo di battaglia la Russia continua ad avanzare in alcuni settori, ma a un ritmo estremamente lento e pagando un prezzo umano elevatissimo. Gli ucraini hanno fermato gran parte della spinta offensiva russa e in alcuni punti hanno persino lanciato limitati, ma significativi contrattacchi. Kyiv ha anche, quantomeno temporaneamente, preso il sopravvento nella guerra dei droni, colpendo con crescente frequenza retrovie e linee logistiche russe nell’Ucraina occupata. Il risultato è una pressione crescente sul sistema dei rifornimenti di Mosca, che fatica a rimpiazzare le perdite umane e deve affrontare una sempre più seria carenza di carburante.
Simultaneamente però si moltiplicano le occasioni per un potenziale dialogo. Putin ha lasciato intravedere aperture insolite, arrivando a suggerire che il conflitto potrebbe avvicinarsi a una conclusione. Kyiv continua a dichiararsi disponibile a un cessate il fuoco immediato. Anche diversi Paesi europei stanno intensificando gli sforzi diplomatici per individuare un terreno negoziale comune. Nel frattempo, il dialogo tra Usa e Iran, riapertosi dopo l’insuccesso della campagna militare di Washington e Tel Aviv contro gli Ayatollah, potrebbe offrire un esempio di possibile via d’uscita diplomatica da una guerra, per quanto fragile e probabilmente soltanto temporanea.

Allo stesso tempo, però, la guerra sta anche conoscendo una nuova escalation. L’Ucraina ha intensificato la propria campagna di attacchi in profondità contro il territorio russo. Le recenti operazioni contro Mosca hanno avuto un forte impatto simbolico, dimostrando ancora una volta che nemmeno il cuore della Russia è al sicuro. La Russia, tuttavia, conserva una capacità devastante di colpire l’Ucraina. Kyiv e altre città continuano a essere bersaglio di massicci attacchi missilistici e con droni. La contraerea ucraina intercetti gran parte dei vettori nemici, ma il volume dei lanci russi è tale da saturare regolarmente le difese. Non è un caso che Zelensky continui a chiedere sistemi antimissile e munizioni ai partner occidentali. Ora che anche Mosca è stata colpita in modo spettacolare, una dura rappresaglia appare inevitabile. E Putin si trova di fronte a un dilemma. L’economia russa mostra crescenti segnali di affaticamento. Gli obiettivi massimalisti proclamati nel 2022 e anche di recente riproposti dal Cremlino restano lontani. Eppure il Cremlino non può permettersi di apparire debole.
Putin potrebbe accettare di non vincere, ma difficilmente accetterebbe di perdere: ne andrebbe della stabilità del suo regime e, forse, della sua testa. Se le forze ucraine dovessero minacciare seriamente la Crimea, il rischio di una nuova escalation diventerebbe concreto. Nessuno può escludere reazioni oggi considerate estreme e che si spera rimangano fantascientifiche. Nel frattempo le posizioni negoziali restano lontane. Kyiv chiede un cessate il fuoco immediato. Mosca insiste su una «pace duratura», formula dietro cui si intravede la richiesta di significative concessioni territoriali. L’Ucraina, dal canto suo, continua a rivendicare il diritto di recuperare i territori occupati dal 2014. È questo il vicolo cieco nel quale si trova oggi la guerra. L’Europa cerca uno spazio per la diplomazia, ma il terreno comune continua a mancare. E mentre si attende la risposta russa agli ultimi attacchi ucraini, resta una domanda inquietante: fino a dove sarà disposto a spingersi il Cremlino se la guerra dovesse continuare a volgere contro le sue aspettative?
Giovanni Cadioli, dipartimento di Scienze politiche, giuridiche e studi internazionali, Università di Padova




