Opinioni

Trump, l’Iran e un accordo che tradisce l’impotenza diplomatica Usa

Il vicepresidente Vance ha parlato di «accordo trasformativo», ma non è quello che avrebbe voluto il tycoon a marzo, quando parlava di «resa incondizionata»
Michele Chiaruzzi

Michele Chiaruzzi

Editorialista

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti - Foto Epa/Yoan Valat © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti - Foto Epa/Yoan Valat © www.giornaledibrescia.it

Oggi dovrebbero svolgersi i colloqui per un accordo finale destinato a porre fine alla guerra scatenata dagli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. La loro base formale è un memorandum d’intesa mediato dal Pakistan per sancire una tregua credibile e negoziati diretti. Il vicepresidente Vance ha annunciato, nei giorni scorsi, che la firma dell’intesa sarebbe stata in forma digitale (e quella è stata siglata da Donald Trump a Versailles) e poi materiale, che dovrebbe vedere come protagonista lo stesso Vance a Lucerna.

Comunque sia, la firma non segnerà una separazione netta tra guerra e pace, tra fasi negoziali e fasi belliche. Le ultime due guerre contro l’Iran sono iniziate proprio a cavallo di fasi negoziali e nulla impedisce che ciò riaccada. La prima, cominciata il 13 giugno dello scorso anno, è durata 12 giorni; la seconda, da cui scaturiscono il memorandum e i colloqui, è iniziata il 28 febbraio, provocando distruzioni su vasta scala e migliaia di vittime spesso ignorate, insieme a una crisi energetica mondiale.

Vance non ha spiegato quale significato avrebbe la seconda firma, quella materiale, rispetto a quella digitale. Ha però definito il memorandum un «accordo trasformativo», ovvero «un’opportunità per costruire e dare vita a un nuovo Medio Oriente, non solo per i prossimi anni, ma per la prossima generazione». La metafora della costruzione descrive bene l’autopercezione di questa diplomazia americana, dato il «rango immobiliare» dei suoi alti rappresentanti politici.

Fuor di metafora, però, non s’intende quale sia questa presunta capacità costruttrice e neppure in cosa consista il «nuovo Medio Oriente». Sembra piuttosto una formula politica per legittimare dolorose torsioni diplomatiche, necessarie per sopportare una realtà carica d’insuccessi. In effetti, il 6 marzo scorso, all’apice dell’aggressione contro l’Iran, il Presidente Trump non si prefiggeva un «accordo trasformativo». Fu piuttosto perentorio nel definire l’esito diplomatico perseguito: «Non ci sarà nessun accordo con l’Iran, se non la resa incondizionata».

Oggi sappiamo che ci sarà un accordo con l’Iran senza resa incondizionata. Di conseguenza, l’accordo per finire la guerra, quell’errore fatale autoinflitto e inflitto agli altri, presenta agli Stati Uniti, e in parte ai suoi alleati, un conto da saldare e non da riscuotere. È questo il problema della diplomazia americana e anche da qui nasce il memorandum. Ad altri vanno infatti, finora, i saldi politici positivi, e i conti fatti a Washington non tornano. L’unico calcolo politico che oggi torna è quello sulla futilità della guerra, e non è stato fatto alla Casa Bianca.

Se questa guerra è futile, la diplomazia diventa quasi inutile o persino inconcepibile quando è priva di un disegno politico coerente con la realtà. Il disegno politico è infatti lo scopo, mentre la diplomazia ne costituisce il mezzo, ma un mezzo senza scopo non si può concepire. Se è così, l’accordo voluto dagli Stati Uniti è privo di un senso diplomatico proprio, essendo più il prodotto di contingenze, effetti indesiderati e forze esterne.

La più decisiva tra queste è la capacità bellica e diplomatica iraniana. Per il governo dell’Iran sopravvivere significa vincere e ciò delinea già un disegno politico vitale, che coincide con il logoramento dei nemici sui piani sovrapposti della pace e della guerra. Il filo conduttore dell’impegno iraniano all’estero, nonché delle sue azioni e reazioni verso le potenze ostili e i loro alleati, è una politica del rischio calcolato.

Ciò significa spingersi fino al punto estremo, nella convinzione che l’avversario si tirerà indietro per primo. Con questa condotta l’Iran ha fronteggiato la politica di «massima pressione», la guerra e le ripetute minacce del Comandante in capo, spingendo Washington a un accordo che sfrutta con astuzia gli errori, le paure e la tracotanza del governo americano. È così che si è resa possibile la trasformazione della potenza militare americana nella dimostrazione della sua impotenza diplomatica. In questo senso, il memorandum tra Iran e Stati Uniti potrebbe rivelarsi davvero un «accordo trasformativo».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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