Iran, il mito del regime change e le crepe del potere

Sin dalla fondazione della Repubblica islamica nel 1979, in molti ambienti occidentali ha spesso prevalso una rappresentazione monolitica dell’élite che governa l’Iran. In realtà, la stessa rivoluzione iraniana fu il prodotto di una coalizione eterogenea, maturata lungo il 1978 e giunta a compimento nei primi mesi del 1979 nella quale confluirono attori sociali e politici diversi: studenti e frange del clero sciita, commercianti del Bazar, correnti liberal-nazionaliste e forze della sinistra laica, incluso il partito comunista iraniano.
Nel passaggio dalla fase insurrezionale alla costruzione del nuovo ordine, emersero i religiosi, i quali, attraverso il carisma di Khomeini, i Tribunali rivoluzionari e i nuovi apparati di sicurezza favorirono la marginalizzazione degli alleati di ieri e presero il potere.
Ciononostante, anche nel campo religioso l’unità non fu mai piena: fin dall’inizio emersero fratture e competizioni interne per la definizione dell’architettura istituzionale e della linea politica della nuova repubblica.
Una divisione che non è andata mai ricomponendosi, se non in alcune fasi di estremo pericolo, come durante la guerra contro l’Iraq (1980-’88), quando il Paese si strinse attorno al suo leader per far fronte all’invasione di Saddam Hussein.
Oggi, il divario tra élite e popolo è macroscopico, ma questo scollamento non ha ancora prodotto una scissione di vertice tale da far implodere il sistema dall’interno: di fronte alle manifestazioni, riformisti e membri più conservatori del regime hanno mostrato una convergenza operativa nella repressione e una sostanziale solidarietà pubblica, adottando una narrazione comune che attribuisce le violenze a infiltrazioni esterne.
Tale apparente unità dà la cifra di quanto sia stata percepita come gravissima e pericolosa l’ondata delle manifestazioni. Tuttavia dietro le quinte il quadro è più teso: la maggior parte degli alti funzionari iraniani sa che i problemi del Paese non possono essere risolti da una leadership ostinata e reazionaria, legata ai pilastri ideologici rivoluzionari ormai anacronistici.
Sono consci che la perdita di credibilità abbia assunto un carattere quasi esistenziale e la postura statunitense possa irrigidirsi in modo imprevedibile, fino a portare a un regime change. In queste condizioni potrebbe maturare un calcolo tipico dei regimi in crisi: per una parte dell’élite, la strategia più razionale per salvare il sistema (e sé stessa) non è continuare l’inerzia, ma anticipare il collasso con una soluzione interna, una manovra di palazzo capace di sostituire il vertice o modificarne la linea senza aprire una vera transizione democratica.
I welcome the EU’s decision to designate the Islamic Revolutionary Guard Corp (IRGC) as a terrorist organization. This important step sends a message to the criminal regime that it has no global legitimacy. We now need further concrete action to protect the Iranian people and to…
— Reza Pahlavi (@PahlaviReza) January 29, 2026
Se una parte dell’establishment decidesse di agire contro Khamenei, lo farebbe verosimilmente in tempi rapidi e senza segnali evidenti dall’esterno; e gli esiti dipenderebbero dalla generazione che prevale, soprattutto all’interno dei Pasdaran, gli unici in grado di trasformare un riassetto politico in un nuovo equilibrio di potere: una «vecchia guardia» tenderebbe a preservare l’impianto teocratico, temperando però l’avventurismo regionale, mentre una generazione più giovane e radicale, erede ed epigone di Qassem Soleimani, potrebbe ridurre il peso ideologico-religioso interno senza rinunciare a una postura internazionale assertiva.
In quest’ultimo caso vi sarebbe un rovesciamento significativo delle dinamiche di potere: non più i militari sottoposti al religioso, ma un clero subordinato all’apparato securitario, con la religione impiegata come cornice di legittimazione e continuità della Repubblica islamica, più che principio ordinatore del comando politico.
Un secondo scenario molto citato, assai più drastico e non necessariamente efficace, è quello in cui la spinta della piazza al cambiamento verrebbe accompagnata da una pressione esterna coordinata dagli Stati Uniti, i quali con un’azione militare, colpirebbero i vertici per degradare l’infrastruttura repressiva del regime e favorire l’insediamento di un’autorità provvisoria. In tale logica, il cambio di regime diventerebbe possibile soprattutto se le élite rifiutassero qualunque soluzione endogena.
Ma è un quadro ad altissimo costo politico e militare: richiederebbe un impegno americano rilevante e prolungato e non può essere assunto come esito realistico a meno di non voler ripetere errori passati. Inoltre resta il rischio strutturale di un vuoto di potere, la frammentazione del territorio e una conflittualità lunga, soprattutto se segmenti delle forze di sicurezza restassero armati e fedeli all’ordine rivoluzionario.
Né è plausibile uno scenario in stile venezuelano. Il caso Maduro ha abbassato la soglia dell’immaginabile, ma non quella del praticabile: in un teatro come quello iraniano i rischi di escalation regionale e di shock energetico si moltiplicano al punto da rendere l’opzione svantaggiosa. Impossibile penetrare in Iran per rapire Khamenei.
Troppe le difese e anche se fosse ucciso, l’architettura di potere, proprio perché stratificata e securitaria potrebbe continuare a reggere, mutando forma più che natura.
Un decennio di crisi e guerre ci ha insegnato che nelle relazioni internazionali l’apparente razionalità strategica convive con decisioni politiche imprevedibili: l’azzardo, l’errore di calcolo e il caso restano variabili decisive, rendendo ogni previsione, anche la più fondata, inevitabilmente labile.
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