Proteste in Iran, l’ingegnere: «Uccisi nel silenzio e isolati dal mondo»

«Ci stanno uccidendo tutti. Siamo isolati dal mondo, ammazzati nel silenzio. Abbiamo paura. Che qualcuno ci aiuti». Tra rabbia e dolore Nasrin Mehmannavaz, 32enne iraniana che ha vissuto nel Bresciano mentre scriveva la sua tesi in architettura, racconta ciò che il suo popolo e la sua famiglia stanno affrontando in queste settimane in Iran. «Non ho notizie dei miei genitori e mia sorella da dieci giorni. Non so se siano vivi o morti».
La rabbia
Ogni forma di comunicazione è interrotta, internet è inaccessibile: «Si vive nel terrore e nell’oblio. Nessuno riesce a comunicare con nessuno. È impossibile contattare chi vive all’estero o anche solo telefornarsi all’interno del Paese». Una politica di repressione che mira a nascondere la verità e a gettare nel silenzio ogni tipo di informazione: «Da diversi giorni è vietato uscire dalle proprie abitazioni dalle 20 – spiega la 32enne che vive in Italia –. In alcune città il coprifuoco è alle 18. Il governo non vuole che i cittadini sappiano cosa sta accadendo là fuori. Se esci, ti ammazzano».
Ogni modo di contrastare la politica del terrore finisce nel sangue: così si spegne la vita. Non è concessa socialità. Non c’è antidoto alla morte, fisica o morale: «È tutto chiuso: scuole, negozi, luoghi di aggregazione. Persino supermercati. La gente deve trovare un modo alternativo per procurarsi da mangiare, ma a peggiorare il quadro c’è l’aumento folle dei prezzi».
Solo le strutture ospedaliere sono aperte, ma più che luoghi che salvano la vita sono diventati luoghi di morte: «La polizia e l’Irgc arrivano negli ospedali e sparano ai pazienti che hanno partecipato alle manifestazioni. Chi cerca di fermarli viene ucciso. I dottori sono esasperati, chiedono aiuto».
Speranza e verità
Il profondo sconforto e il grave timore non hanno tuttavia il sopravvento. Dentro questo paradigma di morte e distruzione serpeggia la speranza, figlia dello sdegno e del coraggio. «Abbiamo paura, non c’è giorno che passi senza il terrore che uno dei nostri cari venga ucciso. Ma la fiducia riesce comunque a farsi largo – continua la ragazza –. Il popolo iraniano vuole la caduta del regime islamico e l’instaurazione di una democrazia. Reza Pahlavi è la nostra speranza: gli iraniani invocano il suo nome. Lui è il leader che può guidarci verso la libertà».
Lo studio a Brescia
Nasrin Mehmannavaz era venuta nel Bresciano lo scorso ottobre per lavorare al progetto della sua tesi magistrale: rilanciare l’ex asilo di Vione. La giovane, che all’epoca era una studentessa del corso Ingegneria edile-architettura al Politecnico di Milano, ha trascorso del tempo nel comune della Valcamonica con l’obiettivo di reinterpretare l’immobile come una struttura moderna.
Oggi Mehmannavaz è ingegnere e ha un sogno: lavorare in uno studio di architettura e ingegneria. «Mi ritengo fortunata a vivere in Italia. La mia famiglia ha fatto tanti sacrifici perché studiassi qui. E io non posso che esserne grata. Oggi il mio futuro lo costruisco qui, insieme al mio compagno. Con l’augurio che il massacro nella mia terra finisca presto».
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