Opinioni

L’intelligenza artificiale alla prova della burocrazia

Dalla carta d’identità al fascicolo sanitario, forse l’Ai imbriglierà la burocrazia. Servono però competenze digitali e tecnologiche che ancora molti non hanno
Claudio Baroni

Claudio Baroni

Editorialista

Una schermata dell'App IO
Una schermata dell'App IO

La burocrazia è una brutta bestia, ma forse l’intelligenza artificiale riuscirà ad imbrigliarla. La sfida è già in atto. Per scaramanzia non bisognerebbe chiamarla semplificazione, perché finora questa definizione non ha portato fortuna.

Qualcuno ricorderà il ministro (della semplificazione, appunto) Roberto Calderoli che fra il 2008 e il 2011 aveva imbracciato il lanciafiamme contro scatoloni di scartoffie. Tanto fumo, niente arrosto. Quindici anni dopo, infatti, c’erano ancora più di trentamila fra decreti regi e leggi pre-repubblicane da cancellare, cosa che si fece nell’aprile 2025, ma intanto, l’anno prima, nel 2024, si era provveduto a varare norme e regolamenti nuovi per un totale stimato di 35mila pagine.

Calderoli con il lanciafiamme (dall'archivio)
Calderoli con il lanciafiamme (dall'archivio)

La burocrazia è considerata a tutti gli effetti una tassa occulta e costa 43 miliardi l’anno per le imprese, in media poco più di 9mila euro per azienda. E non va meglio per i singoli cittadini, che in burocrazia impiegherebbero 250 ore l’anno, per un dispendio di energie valutato fra i tre e i quattromila euro. Al di là delle stime, che essendo medie statistiche rischiano valutazioni opinabili, resta la burocrazia reale, quella delle scadenze che ci inseguono e delle scartoffie che ci circondano.

L’Italia si era presa un impegno preciso, per la semplificazione della burocrazia, quando ha attinto ai fondi del Pnrr. La scadenza è il prossimo giugno. Come siamo messi? L’impegno riguarda seicento procedure da smagrire, ridurre, tagliare, in cambio di 734 milioni di euro. Secondo i dati del portale «Italia semplice» l’operazione è andata a buon fine per 430 procedure. Secondo l’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica il cammino andrebbe più a rilento: 261 le procedure, 160 di queste su temi di ambiente e energia, 23 su questioni di edilizia e riqualificazione urbana. Nella migliore delle ipotesi, ne restano comunque 170 da affrontare e non sarà facile.

La strada intrapresa, con buoni esiti, è quella dell’innovazione tecnologica, che punta a dare un’identità digitale a cittadini e imprese. Qui però sta il problema: ci sono ventimila banche dati pubbliche che si sono formate nel tempo e che non dialogano tra di loro. Accade così che la pubblica amministrazione, quattro volte su dieci, chieda agli interessati di produrre informazioni che già possiede nei suoi archivi ma che non riesce a (non può e qualche volta non vuole) recuperare direttamente. Basterebbe solo questo per risparmiare una cinquantina delle 250 ore che la burocrazia, in media, ci impegna ogni anno.

Intanto l’intelligenza artificiale, nella sua applicazione burocratica, qualche passo in avanti lo sta facendo. E noi cittadini potremo presto vederne direttamente i risultati. I primi riguardano la sparizione della carta d’identità cartacea, non più valida dal prossimo agosto. Il passaggio totale alla Cie, la carta d’identità elettronica, si accompagna con un’altra innovazione, quella che riguarda chi compie i settant’anni, e che non dovrà più rinnovare la carta d’identità, perché sarà considerata valida per 50 anni, cioè di fatto «a vita». La Cie può sostituire anche lo Spid: semplificazione per ora parziale, ma utile.

L’altra innovazione alle porte riguarda il fascicolo sanitario elettronico, da fine marzo generalizzato, e destinato a diventare obbligatorio. Il passaggio, sempre legato ad un finanziamento Pnrr di 610 milioni, punterebbe a dare a ciascun cittadino la Patient Summary, una carta d’identità sanitaria da portare ovunque. Tuttavia, per ora solo il 27% degli italiani usa il fascicolo elettronico e solo il 44% ha dato il consenso per l’accesso ai propri documenti, mentre tra i medici di base l’utilizzo è al 95,2% e tra gli specialisti all’88%. L’uso del fascicolo è lo specchio della situazione sanitaria italiana: 53% in Lombardia, 66% in Veneto, 64% in Emilia Romagna, 40% in Toscana, 29% in Campania, 7% in Lazio, 3% in Sicilia.

Eppure entro pochi giorni tutti si dovrebbero allineare, operatori pubblici, privati convenzionati, ma anche privati, con documenti in formato standard. E rispettando tempi rapidi di risposta: i risultati entro 5 giorni dall’esame, per fare un esempio... che dubitiamo avrà sempre riscontro. Serve (o servirà) per ricette, prescrizioni, prenotazioni. Carta d’identità, fascicolo sanitario, documentazioni e pratiche: forse l’intelligenza artificiale imbriglierà la burocrazia. Certo, è richiesta una crescente competenza digitale e tecnologica che ancora molti non hanno. Ma questa è una questione generale, dolente, e non riguarda solo la burocrazia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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