Intelligenza artificiale dall’asilo alle medie: opportunità e rischi

A introdurla con convinzione sono le Indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo del Ministero dell’Istruzione
Il testo, per ora, suggerisce di usarla come strumento di «possibili ibridazioni tecnologiche» - Foto Pexels © www.giornaledibrescia.it
Il testo, per ora, suggerisce di usarla come strumento di «possibili ibridazioni tecnologiche» - Foto Pexels © www.giornaledibrescia.it
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Intelligenza artificiale fin dalla scuola materna. Detta così potrà apparire una forzatura, ma le intenzioni reali non sono molto distanti, almeno a giudicare dalle Indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo (quindi dall’asilo alle medie, per usare definizioni ormai vecchie ma persistenti) appena pubblicate dal Ministero dell’istruzione (e del merito) e che dovrebbero entrare in vigore già dal 2026.

Certo, l’attenzione dell’opinione pubblica è stata soprattutto attratta dal ritorno del Latino in seconda media, anche se facoltativo, e delle poesie imparate a memoria, quelle invece obbligatorie sempre. Interesse e curiosità suscitano anche l’accostamento della Bibbia all’Iliade e all’Odissea, l’insistenza per lo studio della storia occidentale (anche dopo la Seconda guerra mondiale, forse, finalmente) e il recupero della scrittura manuale, perché, come dice il ministro Valditara, lo stampato maiuscolo è di chi urla sui social, il corsivo è di chi riflette. Rischia così di passare in secondo piano l’Intelligenza artificiale, che invece viene introdotta con convinzione perché, sta scritto: «L’accelerazione dell’innovazione scientifica e tecnologica, soprattutto in riferimento all’intelligenza artificiale, sta trasformando la geopolitica mondiale in ogni settore». Una scelta non scontata, vista la prudenza, se non la ritrosia, finora usata dal Ministero verso web, smartphone e strumenti digitali in generale.

Ma dove? E come, e quanto l’IA entrerà in classe? Su questi punti le 154 pagine del documento sono piuttosto vaghe. Anche se la sfida è interessante e intrigante. Il testo redatto dalla commissione ministeriale per ora soprattutto «suggerisce» di usarla come strumento di «possibili ibridazioni tecnologiche». In particolare per alcuni ambiti di studio. Per «Lingua e letteratura», ad esempio, perché l’IA potrebbe integrare gli «approcci tradizionali» sviluppando «competenze critiche di uso della tecnologia in relazione alla lingua». Sarebbe poi strumento utile – e sempre in forma critica – per le traduzioni dalle lingue straniere e per l’arte e l’immagine. Utile, infine, l’intelligenza artificiale generativa per «stimolare» l’immaginazione e la creatività. E anche per l’educazione motoria e fisica: «Gli studenti sono incoraggiati a utilizzare le tecnologie per meglio controllare i propri parametri fisiologici». Tuttavia al di là dei limitati suggerimenti di impiego, appare chiara la convinzione che l’intelligenza artificiale starà nella scuola, nelle mani di allievi e docenti.

Su questo versante è la sfida. La tecnologia in generale, il mondo digitale in particolare, ancor più la galassia dell’IA, hanno una rapidità di crescita ed evoluzione e difficilmente la scuola riuscirà a tenere il passo. Da chi e con quali risorse l’IA sarà introdotta nelle nostra aule? Lo farà la scuola, con la limitata strumentazione che ha a disposizione, oppure l’accesso avverrà con gli strumenti degli studenti? Saremo di fronte alle questioni sorte con la didattica a distanza, moltiplicate per le differenze di accesso tecnologico che già ora distinguono gli studenti per ceti e fasce sociali. L’unica soluzione è che le scuole si attrezzino, per quel che vorranno e potranno fare.

Altro punto dolente: quali piattaforme di IA saranno usate? Perché ormai tutti sanno che non sono tutte uguali. Quasi tutti i problemi che abbiamo sulla Rete e sui social derivano proprio dall’aver considerate neutre e neutrali le piattaforme web, derivano dalla Sezione 230 approvata nel 1996 dall’Amministrazione degli Stati Uniti, che sancisce come le piattaforme non siano responsabili dei contenuti che fanno circolare. Ora gli hacker russi, i TikToker cinesi e le incognite americane (X, i nomi sono presagi) ci hanno abbondantemente dimostrato che le piattaforme valgono quanto i contenuti. Quindi: chi e come sceglierà le piattaforme di IA nelle nostre scuole? Per farla semplice, fino a pochi mesi fa a dominare era ChatGpt, poi è arrivata la cinese DeepSeek, c’erano Gemini e Copilot, ma nei giorni scorsi al congresso Waicf di Cannes si sono presentate cinquanta startup italiane di intelligenza artificiale low cost. Scegliere la piattaforma sarà un po’ come scegliere il libro di testo.

Infine, in quale contesto l’intelligenza artificiale verrà introdotta? Sarà solo uno strumento trasversale, oppure in qualche momento si farà il punto sulle potenzialità e le criticità dello strumento stesso, con qualche rudimento tecnico e qualche riflessione di valore? Per ora una cosa è certa: il cerino acceso anche questa volta è nelle mani degli insegnanti. Sta infatti scritto: «Gli insegnanti hanno il dovere di conoscere e capire le potenzialità della IA. E in aula di spiegare le logiche di funzionamento di dispositivi e piattaforme. L’IA offre certamente grandi opportunità per l’istruzione a condizione che il suo uso sia guidato da chiari principi etici». Appunto: quali? Quelli sfrenati di Elon Musk che sta dominando o quelli ipernormativi dell’Unione europea, accusata di censura? Le questioni aperte sono però un bel segno: vuol dire che le indicazioni mettono l’indice sui nervi del futuro. Anche perché a scuola, sottobanco, l’IA è entrata da tempo...

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