«Quella dell’AI è vera intelligenza e non solo memorizza, comprende»

Lo scienziato Nello Cristianini sarà il primo ospite de «I Pomeriggi di San Barnaba» alle 18 di martedì 4 febbraio
Il professore Nello Cristianini - Foto Nicolas Delves-Broughton
Il professore Nello Cristianini - Foto Nicolas Delves-Broughton
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Intelligente e capace di comprendere in modi ancora non del tutto approfonditi. Eppure nessun segreto si cela dietro l’intelligenza artificiale, tecnologia ormai più famosa di una star, dal 2022 grazie a OpenAI e alla sua «creatura» ChatGpt uscita definitivamente dai laboratori, dalle aule universitarie e dalle aziende per diffondersi a chiunque.

Ma l’AI come detto l’Ai è da anni studiata negli atenei del mondo, una disciplina della quale Nello Cristianini è uno dei massimi esperti mondiali. Professore di Intelligenza artificiale all’Università di Bath, è anche autore di due libri («La Scorciatoia» e «Machina Sapiens», editi da Il Mulino), che rivolgendosi al grande pubblico discutono di «come le macchine siano diventate intelligenti senza pensare in modo umano» o di come «l’algoritmo ci abbia rubato il segreto della conoscenza». Proprio da questi volumi prenderà le mosse la lectio «La natura dell’intelligenza artificiale», prevista alle 18 martedì 4 febbraio, che aprirà il ciclo di appuntamenti de «I Pomeriggi di San Barnaba» organizzati dalla Fondazione Clementina Calzari Trebeschi.

La domanda a cui si cercherà di dare risposta «è in quale senso una macchina intelligente possa comprendere il mondo, partendo dal modo in cui funzionano i modelli discendenti di Gpt, nonché in che direzione si stia sviluppando la tecnologia».

Partiamo da una questione gnoseologica: è possibile che una macchina possa essere davvero intelligente?

Certamente ma si tratta solo di intelligenza, non di altro, e cioè la capacità di risolvere problemi nuovi, di imparare dagli errori, di ragionare e generalizzare. Questo i sistemi lo fanno già oggi, non sarebbe possibile altrimenti usare YouTube o la guida automatica. Inoltre la stessa macchina con cui conversiamo online è in grado di passare esami universitari o risolvere problemi matematici.

È possibile che l’AI possa diventare più intelligente di noi?

In alcuni casi specifici lo è già, per esempio per riconoscere i volti negli aeroporti, per esaminare le mammografie, o per tradurre tra 200 lingue diverse. I modelli più recenti sono anche stati dotati di una nuova capacità, quella di ragionare esplicitamente un passo alla volta, partendo da una premessa fino a giungere a una conclusione. Stiamo ancora esplorando fino a dove possa arrivare questo nuovo metodo ma è molto promettente.

Qual è il «segreto», perché per molte persone di questo si tratta, che ha reso possibile tutto questo?

Nessun segreto, questa è tecnologia. E un ulteriore progresso c’è stato quando si è iniziato a usare modelli sempre più grandi, al punto che oggi si costruiscono interi centri di calcolo dedicati solamente ad addestrare le nuove AI. Tecnicamente si dice che cambiando di scala - cioè dimensioni -, emergono nuove abilità.

Questi algoritmi non sono però solo pappagalli, nel senso che possono solamente ripetere cose imparate leggendo i nostri libri.

Questi imparano leggendo quello che scriviamo noi ma c’è un’importante differenza: possono leggere potenzialmente milioni di libri, mentre io resterei attorno ai 20mila anche se avessi sempre in mano un volume. E possono consultarli in tutte le lingue, e collegarne i contenuti. Quindi partono dalle cose che abbiamo scritto ma le ricombinano, le astraggono e soprattutto possono rispondere a domande nuove, cioè che non avrebbero potuto conoscere prima «dell’esame». C’è sicuramente qualcosa in più della memorizzazione ed è una forma di comprensione, che dobbiamo ancora studiare a fondo.

La vicenda di DeepSeek ci ricorda che quella dell’AI è una competizione globale.

Lo scorso luglio sono stato a Vienna per la conferenza internazionale di machine learning. C’erano 9.800 partecipanti da tantissimi Paesi, molti giovani. Da sempre i colleghi cinesi fanno parte della comunità di ricerca internazionale in questo campo, hanno grandi talenti e risorse economiche: è bello vedere questa come un’impresa collettiva, anche come una collaborazione globale. Ed è più facile scambiarsi le idee in casi come questo, con il codice di DeepSeek pubblicato come open source.

E l’Europa come si sta muovendo? C’è chi sostiene che l’AI Act sia un limite allo sviluppo tecnologico.

Non credo sia così. È vero che al momento i sistemi principali di AI sono stati fatti al di fuori dall’Europa, con l’eccezione forse del francese Mistral. Ma le leggi europee valgono anche per i prodotti fatti dagli altri e che entrano nel mercato comunitario, quindi non creano uno svantaggio specifico per le nostre industrie. E poi le regole dell’AI Act sono in vigore da pochissimi mesi. Ci sono differenze profonde tra l’industria e la ricerca in Europa e in America, ma risalgono a tempi precedenti le leggi di cui parliamo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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