L’Intelligenza artificiale va guidata, non divinizzata

L’uomo non diventerà schiavo delle macchine, semmai lo sarà di altri uomini, o di se stesso. La Nota della Chiesa sul rapporto tra Intelligenza artificiale e Intelligenza umana non lascia spazio ad equivoci: mettere la persona al centro della tecnologia significa anche mettere nelle sue mani ogni responsabilità. Vale per l’Intelligenza artificiale così come per tutte le altre invenzioni della tecnica. Perché l’IA non è una «forma artificiale dell’intelligenza, ma uno dei suoi prodotti», quindi non va considerata come una persona, non va divinizzata, non deve sostituire le relazioni umane, ma usata «solo come strumento complementare all’intelligenza umana e non sostituire la sua ricchezza».
La Nota giunge in un momento nevralgico, per la Chiesa e per la società. Arriva nell’anno giubilare della speranza, quindi come risposta fiduciosa alle paure che invece si stanno diffondendo rapidamente. Proprio ora che i Giganti della tecnologia sembrano aver occupato le stanze del potere, che la stagione dell’ottimismo lascia spazio ad ombre cupe, mentre la parte più potente del mondo pare insofferente ad ogni regola e si scatena una lotta senza esclusione di colpi tra Usa, Cina ed Europa, la Nota vaticana fa appello alle potenzialità e alle responsabilità. Papa Francesco da tempo ha previsto questa deriva ed ha incoraggiato a valutare la questione nella sua dimensione concreta: incredibili sono le potenzialità, in proporzione i rischi. Il destino è nelle nostre mani.
«Antiqua et nova», inizia la Nota nel testo latino: «Con antica e nuova sapienza siamo chiamati a considerare le odierne sfide e opportunità poste dal sapere scientifico e tecnologico». Con uno sguardo ampio: non a caso il documento è stato redatto da più dicasteri, quelli per la Dottrina della fede e per la Cultura e l’Educazione. L’approccio è positivo: l’innovazione tecnologica viene addirittura vista come «parte della collaborazione» dell’uomo con Dio nel «portare a perfezione la creazione visibile». Le preoccupazioni giungono piuttosto dagli effetti «imprevedibili». E sull’equilibro fra progressi e pericoli ragionano i 117 paragrafi che si snodano fra economia, lavoro, educazione, sanità, relazioni interpersonali e internazionali, e contesti di guerra. Considerazioni etiche si intrecciano con valutazioni antropologiche. Si analizzano il concetto di intelligenza nella filosofia e nella teologia, la relazione con la Verità, la custodia del mondo, la libertà, la società e le relazioni umane, la privacy, la disinformazione, gli abusi e il deepfake.
Al centro sta il tema della distinzione fra l’intelligenza umana e quella artificiale. Quella umana «si esercita nelle relazioni» ed è «plasmata da una miriade di esperienze vissute nella corporeità», mentre l’IA ha una «visione funzionalista» che valuta le persone in base ai lavori e ai risultati. Da qui il rischio maggiore che essa «possa aggravare situazioni di marginalizzazione, discriminazione, povertà, disuguaglianze...». Un rischio che diventa esponenziale se si considera come «la maggior parte del potere sulle applicazioni dell’IA sia concentrato nelle mani di poche potenti aziende». Forte anche il rischio che questa tecnologia finisca per essere «manipolata» per guadagni personali e per orientare l’opinione pubblica verso interessi mirati e falsi approdi. L’attenzione viene richiamata pure sulla tendenza ad «antropomorfizzare» l’intelligenza artificiale. Gravi sono le conseguenze nelle relazioni personali così portate ad «un dannoso isolamento», e per la crescita dei bambini «incoraggiati ad intendere le relazioni umane in modo utilitaristico». L’IA talvolta viene persino «divinizzata», con «la presunzione di sostituire Dio con un’opera delle proprie mani».
La Nota mette in risalto due filoni. Uno è squisitamente dedicato ai credenti o a chi si pone domande in questo campo. Richiama infatti questioni nodali sullo «specifico» umano, sulla coscienza, sull’essenza dell’intelligenza umana. Vi è poi un filone che coinvolge tutti e che riguarda la responsabilità delle nostre scelte e delle conseguenze ad esse legate. La tecnologia pone in maniera crescente la sfida sia alla fede sia alla ragione. Richiede di «saper valutare criticamente le singole applicazioni nei contesti particolari, al fine di determinare se esse promuovano o meno la dignità e la vocazione umane e il bene comune».
La Chiesa di papa Francesco proprio sul versante dell’innovazione tecnologica, da tempo ha colto appieno la sfida e anche con questa Nota parla con uguale chiarezza all’avanguardia tecnologica e alla retroguardia sociale, sta accanto a chi avanza nella ricerca e nelle sue applicazioni, ma ugualmente vuole accompagnare chi dall’innovazione rischia di rimanere inesorabilmente escluso. Non a caso, alla fine, la Nota cita Georges Bernanos: «Il pericolo non si trova nella moltiplicazione delle macchine, ma nel numero sempre crescente di uomini abituati, fin dall’infanzia, a non desiderare altro che ciò che le macchine possono dare».
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