La teologia della «guerra giusta», da Agostino a Tommaso d’Aquino, ha avuto una lunghissima durata nell’ambito della dottrina cattolica, seppure con alcune parziali correzioni. Basti pensare alla teorizzazione del giurista olandese Ugo Grozio che, a metà seicento, pone al centro la necessità di ottemperare al «diritto naturale delle genti», richiamando il criterio della proporzionalità nel ricorso alle armi.
I princìpi della giusta causa, della retta intenzione, della risorsa ultima, dell’autorità legittima, dell’immunità per i civili, costituiscono i capisaldi di una elaborazione che, giustificando o condannando o attribuendo un senso al conflitto armato, restano tutti interni alla categoria della «guerra giusta». Solo dagli inizi del Novecento essa é sottoposta a significative revisioni.
Una traiettoria che in Papa Leone XIV trova un approdo tale da configurare una diversa linea di pensiero lungo tre direttrici: la centralità dell’impegno ad una «custodia» della persona retta sull’«antropocentrismo situato» teorizzato da Bergoglio, vale a dire il riconoscimento dell’essere umano «inserito in una trama di relazioni»; il confronto con il «cantiere» di una storia in cui oggi campeggia l’Intelligenza Artificiale; il rifiuto della «normalizzazione della guerra» e della «nazione armata» come esito della connessione tra interessi economici, apparati militari, decisioni politiche.
Questo in sostanza il nucleo del magistero di Leone XIV come espresso nel fondamentale capitolo V della sua «Magnifica humanitas». Già Bergoglio ha rinnovato teoria e linguaggio – «la Chiesa in uscita», «ospedale da campo», «testimone di misericordia», le «culture dello scarto», la «globalizzazione dell’indifferenza» – come premesse di una teologia della pace. Ed ora il Papa americano si spinge oltre. Per affermare il primato di «una pace disarmata e disarmante, umile e perseverante» sottopone la guerra ad una disamina critica a tal punto radicale da sgomberare definitivamente il campo da ogni possibile legittimazione.
Dunque, nell’assordante silenzio di una cultura laica che non annovera più maestri come Bobbio e Habermas, una vera e propria requisitoria contro «la cultura della potenza», contro quel cambio di paradigma che nel discorso pubblico veicola «una preoccupante riabilitazione della guerra quale strumento di politica internazionale»; contro la perdita di memoria storica che produce una distorta lettura del passato sino alla rimozione degli orrori bellici; contro la marginalizzazione dell’impegno alla prevenzione degli scontri armati.

E ancora: contro la sostituzione del multilateralismo con il «multipolarismo conflittuale»; contro quel «fanatismo identitario» che disconosce il valore della diversità; contro la disumanizzazione del nichilismo, del pragmatismo e del «falso realismo». L’elenco potrebbe continuare: il diritto della forza domina sulla forza del diritto.
Papa Leone XIV punta poi il proprio sguardo sull’Intelligenza Artificiale. Essa può consentire di rendere la guerra più praticabile, meno soggetta al vaglio di rigorosi principi morali coll’affidamento ai sistemi artificiali di decisioni letali, persino irreversibili, che riducono le vittime a «dati gestiti dall’algoritmo». Ne consegue la declinazione di un’etica retta su puntuali criteri di discernimento: la responsabilità personale anzitutto come antidoto alla «opacità» del soggetto che «addestra, autorizza ed impegna»; il diniego della rapidità e dell’efficienza come supreme regole dei tempi della decisione; la protezione dei civili e delle popolazioni indifese in nome del principio che anche quando «le macchine eccellono» al centro della storia deve rimanere «il volto umano».
Solo così è possibile costruire la «civiltà dell’amore»: non una utopia ingenua, ma un progetto esigente che dà corpo istituzionale alla fraternità, traducendo la carità in strutture di giustizia. Non basta infatti che l’Intelligenza Artificiale ci renda più efficienti e connessi se questo non serve ad edificare una «famiglia umana universale». Il cerchio a questo punto si chiude.
Il Papa, dopo essersi appellato alle pratiche della diplomazia e del negoziato, non può che intonare il canto della speranza, quel «Magnificat» che indirizza lo sguardo là dove avviene la distorsione del mondo, mantenendo aperta «per ogni epoca la possibilità di diventare storia di salvezza».




