Le elezioni non finiscono mai. Soprattutto se si considera un’Unione europea composta da 27 Stati membri che chiamano i propri cittadini alle urne per tutti i livelli di governo. Così c’è stato giusto il tempo di ragionare sul voto in Sassonia-Anhalt e sull’ormai famigerata onda nera di AfD che avanza e già si analizzano i risultati di altre consultazioni: le amministrative in Bassa Sassonia e le politiche in Svezia.
La Bassa Sassonia resta governata elettoralmente dal centro tradizionale, ma non è più un sistema dominato dai due Volksparteien. CDU e SPD rimangono prima e seconda forza, ma entrambe perdono pesantemente. L’AfD passa da forza marginale nelle amministrazioni locali a terzo grande attore del sistema comunale, con quasi 400 eletti. Il radicamento territoriale dell’AfD è in una nuova fase: il partito trasforma per la prima volta una forza elettorale a due cifre in centinaia di amministratori comunali, ma resta evidente il divario tra consenso nazionale e capacità di penetrazione nel livello più basso delle istituzioni.
In Svezia il polo progressista guidato dai sociademocratici di Magdalena Andersson ha ottenuto un esiguo vantaggio di 3 seggi (176 a 173) che potrebbe permettere loro di governare, ma il premier uscente il conservatore Ulf Kristersson non ha ancora concesso la vittoria al centrosinistra. Si devono ancora conteggiare i voti dall’estero che valgono circa il 5% del totale. La Svezia è divisa in due: l’egemonia socialdemocratica del secondo dopoguerra è stata ormai archiviata e Kristersson incarna questo cambiamento politico essendo stato il primo esponente conservatore alla guida di un esecutivo dal 1945 ad oggi. Cosa forse più grave è stata sdoganare il partito di estrema destra dei Democratici svedesi che se da un lato hanno perso elettoralmente terreno nel voto di domenica, dall’altro hanno portato al centro del dibattito pubblico la stretta sulle politiche migratorie. Così come già è accaduto in Danimarca anche i socialdemocratici svedesi hanno promesso di applicare la linea dura.
Democracy.
— Ursula von der Leyen (@vonderleyen) September 14, 2026
It’s about giving people the power to shape the society they want to live in.
Tomorrow, on Democracy Day, the @EU_Commission launches the “Shape our Democracy” campaign.
To invite people to share their ideas.
And to make our democracy stronger and more resilient,… pic.twitter.com/XbP9DrVH9r
Se le elezioni non finiscono mai è altrettanto vero che per le democrazie europee sono le sfide ad essere infinite. Esterne, a cominciare da vicini aggressivi e bellicosi ma anche da ex alleati un tempo leali, ma appunto anche sfide interne a partire dai partiti sovranisti. In questa cornice si apre la settimana della plenaria del Parlamento europeo, quella che va segnata con il cerchietto rosso sul calendario perché domani, mercoledì 16 settembre, la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, terrà il discorso sullo Stato dell’Unione. Già il tema anticipato dalla Commissione è indicativo dei tempi che vive l’Europa: «Realizzare l’indipendenza europea».
Si parlerà necessariamente di competitività, ma soprattutto di riduzione delle dipendenze strategiche, difesa, Ucraina, e partnership globali (a cominciare dal Canada, il cui premier Carney è atteso qui a Strasburgo per un discorso giovedì). La drammaticità del momento è abbastanza chiara: dalla von der Leyen si attendono indicazioni su come «rendere l'Europa capace di agire senza dipendere dalle scelte delle altre potenze». Senza dimenticare di guardarsi indietro, ovvero nella politica dei singoli stati dove i sovranisti avanzano.




