Dalla guerra al Green Deal: perché l’Europa deve correre

La Commissione europea ha lanciato il nuovo piano AccelerateEU, la risposta alla crisi energetica causata dal conflitto in Medio Oriente
L'energia eolica è tra quelle ritenute più pulite
L'energia eolica è tra quelle ritenute più pulite
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Il 22 aprile, giorno della Terra, la Commissione europea ha presentato AccelerateEU, la sua risposta alla crisi energetica scatenata dalla guerra in Medio Oriente. È la seconda in quattro anni. Nel 2025 l’Europa ha speso 340 miliardi di euro per comprare combustibili fossili; dall’inizio del conflitto, in meno di due mesi, altri 24. I fossili coprono il 57% del fabbisogno energetico europeo, in Italia il 75%. Ogni crisi, la paghiamo noi sulla bolletta.

Nonostante il Green Deal non sia (ancora?) tornato di moda, la Commissione dice le cose in modo più chiaro del solito: la sicurezza energetica non si compra spendendo milioni per abbassare il prezzo del gas, si costruisce uscendo dai fossili. Non è scontato, in un momento in cui in mezza Europa, Italia compresa, si racconta che la transizione costa troppo e in cui le imprese energetiche italiane ed europee pensano ad aumentare ancora l’offerta di gas e petrolio per i prossimi decenni.

Gli impegni ci sono: 100 gigawatt di rinnovabili all’anno, quattro volte la capacità di accumulo entro il 2030, 4 milioni di pompe di calore all’anno, 100 miliardi per la decarbonizzazione industriale; e una proposta per aggirare l’obbligo di unanimità sulla tassazione che impedisce da anni di evitare che l’elettricità sia più tassate del gas: perché oggi chi sostituisce la caldaia con una pompa di calore è fiscalmente penalizzato, come se l’elettricità fosse più inquinante del gas. Inoltre, AccelerateEU rimette alla ribalta misure e tecnologie per diminuire la domanda di energia, sulle quali l’Europa e l’Italia hanno ancora un netto vantaggio tecnologico: perché l’energia più economica, sicura e davvero europea è quella che non consumiamo: non dipende dallo Stretto di Hormuz, non richiede nuove centrali.

L’Italia però frena. Ha chiuso il 2025 con 83 gigawatt di rinnovabili, ma le nuove installazioni sono calate dell’8%, il primo arretramento dopo quattro anni di crescita. Fotovoltaico residenziale -32%, commerciale -26%. Pesano la non sostituzione del superbonus con un sistema di incentivi sostenibili e accessibili, il decreto aree idonee, il decreto agricoltura che ha vietato il fotovoltaico a terra, nonostante i vantaggi che questo comporta anche per l’agricoltura quando è fatto bene. L’Europa chiede 100 gigawatt all’anno; noi ne facciamo sei e rallentiamo. Il problema non è l’Europa: sono coloro ai quali conviene mantenerci legati al gas.

Naturalmente, non tutto convince nel Piano, pensato per misure di breve termine e nel quale viene inserito un capitolo sul nucleare; si citano gli Smr, che sono lontani decenni da diventare una prospettiva reale e si ipotizza di tenere in servizio fino a ottant’anni centrali progettate per quaranta. Anche senza soffermarsi sui problemi di sicurezza, questa è una scelta costosa e tecnicamente complicata: per portare i reattori francesi a sessanta anni di funzionamento, la Corte dei Conti ha stimato una spesa di oltre 100 miliardi entro il 2035. E nell’estate 2022 la Francia ha dovuto fermare 32 reattori su 56 per corrosione: insomma, una scommessa costosa e lontana nel tempo che toglie risorse a rinnovabili, reti, accumuli, efficienza.

C’è poi il nodo degli aiuti di Stato. In un documento ancora non uscito, ma già ampiamente anticipato e citato ieri, la Commissione apre a sussidi temporanei per settori esposti al caro-energia. Ma senza coordinamento europeo, ogni Stato si muove per conto suo: 22 Paesi su 27 hanno già speso oltre 9 miliardi in 120 misure diverse. E 21 su 22 hanno scelto misure generali, non mirate: tagli di IVA e accise che vanno a chi ha la Porsche come a chi ha la Panda, come ha fatto l’Italia, a chi riscalda la villa come a chi vive nel bilocale. Soldi pubblici che proteggono i più ricchi invece dei più deboli, e sussidiano proprio il consumo di fossili che servirebbe ridurre.

Inoltre, nel 2022 l’UE si impegnò a diminuire il consumo di gas del 15% in sei mesi. L’Europa ne tagliò il 18%. Ha funzionato perché c’erano obiettivo, scadenza, responsabilità condivisa. Oggi AccelerateEU non propone target vincolanti e si affida a un catalogo volontario. Insomma, lascia agli Stati il compito di decidere come, quando e se ridurre il consumo di gas. La transizione rischia di diventare il lusso di chi se la può permettere o di chi non è offuscato dalla speranza di potere mantenere lo status quo, aspettando che passi la tempesta. Ma i fatti hanno la testa dura: la guerra in Medio ci dimostra che il Green Deal era, ed è, la scelta giusta. Ora bisogna accelerare. Perché ogni crisi fossile che attraversiamo senza ridurre davvero la nostra dipendenza è una crisi che pagheremo due volte: con le bollette alle stelle e una terra bruciata.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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