Re Mida è un mito che vale la pena raccontare di nuovo. Ottenuto il potere di trasformare tutto ciò che toccava in oro, si accorse in breve che non poteva più mangiare, bere, vivere. Aveva ricevuto ciò che desiderava e quel desiderio lo stava uccidendo. Un’esperienza che tre capoluoghi che conosciamo bene – Como, Bergamo, Verona – ci pare stiano già vivendo: centri storici presi d’assalto da turisti mordi e fuggi, costo degli immobili schizzato alle stelle, affitti salatissimi, parcheggi introvabili, sparizione del commercio tradizionale, moltiplicazione di ristorazione a buon mercato e a bassissimo valore aggiunto. Diciamocelo chiaramente: è il modello di città che vogliamo?
Sirmione così rischia d’esser già, con in coda Desenzano, Salò, Iseo, Ponte di Legno e la stessa Brescia, non staccata di molto. Appena arrivati qui, lo ammettiamo, ci siamo chiesti spesso perché tanta bellezza restasse un poco in ombra rispetto a mete più patinate, più raccontate, più «instagrammate». Avendo occhi nuovi, capaci di cogliere con innocenza il bello, ritenevamo giusto, persino sano risaltarne il valore, associando la maggiore attrattività a economia, lavoro, progresso.
Sottovalutavamo che l’era dei social ha cambiato le regole del gioco. Oggi basta un video che decolla, un influencer che scopre «il borgo segreto», un algoritmo che decide improvvisamente che quello scorcio, quella piazza, quel lago meritano l’attenzione di milioni di persone e in poche settimane il flusso diventa marea. Non è più promozione: è detonazione. E una volta innescata, nessuno la controlla. Non gli amministratori pubblici, non gli operatori turistici, non coloro che quel borgo o quartiere hanno sempre chiamato casa. È una rinnovata piaga delle cavallette, che dove arrivano spazzano tutto e fanno deserto. In questo caso urbano.

Una sciagura che non auspichiamo per la città, ma pure per una Franciacorta che correrebbe il rischio di trasformarsi in un parco a tema vino; per le nostre valli, dove un eccesso di presenze mal distribuite nel tempo e nello spazio recherebbe più danni che benefici; neanche per i nostri laghi, che pur contando su una tradizione di accoglienza antica faticano ora a reggerne l’urto.
All’orizzonte allora soltanto sventura e disastro? Niente affatto. Governare l’ingovernabile è sfida ardua, non impossibile. Chi amministra, chi fa impresa, chi comunica il territorio – compreso questo giornale – non deve smettere di raccontarne la bellezza. Sarebbe un errore altrettanto grave, oltre che ingiusto verso chi lavora onestamente nell’accoglienza, nel turismo. Il compito è più arduo e urgente: tentare di governare la crescita prima che sia essa a governare noi.
Qualche spunto: provare a regolare l’offerta di affitti brevi dove servono case per chi ci vive e lavora; tentare di distribuire meglio i flussi temporali, promuovere la bassa stagione invece di rincorrere solo i picchi; soprattutto puntare su un’offerta culturale che possa essere goduta dagli stessi abitanti e non su eventi spot, di massa, che lasciano poco o nulla sul territorio.
Significa scegliere, consapevolmente, di non cedere alla tentazione dell’oro, per non diventare «la prossima Verona, Bergamo, Como», bensì restare Brescia, una provincia che si fa conoscere senza scomparire dietro l’immagine che ne viene data e una città che si vuole definire giustamente e fieramente «europea», senza tuttavia che si trasformi nelle troppe città in fotocopia, tutte uguali, che il «vecchio continente» lo stanno omologando.
Il mito di Mida si chiude con una richiesta disperata: il re implora gli dèi di togliergli il dono che lo sta soffocando. Sarebbe saggio non arrivare a quel punto. La bellezza va condivisa, ma anche difesa, prima che sia travolta da un’onda di piena che cancella tutto.
P.S. Una provocazione che lasciamo come abbozzo: per anni abbiamo sostenuto la tesi della battaglia persa, rispetto a Bergamo, riguardo l’aeroporto. Alla luce della sensibilità che sta sorgendo, forse sarebbe il caso di valutare meglio, secondo il vecchio adagio «non tutto il male viene per nuocere» (potremmo chiamarlo «effetto Detroit», la città che la drammatica crisi d’inizio Duemila ha stordito, ma messo altresì al riparo dalle speculazioni edilizie e dalle demolizioni «moderniste» di altri centri, così oggi quel tessuto conservato è diventato la base per il rilancio culturale e immobiliare della città: un vantaggio che altre metropoli americane, cresciute senza interruzioni, non hanno).



