La frontiera è chiusa. «Siamo sul bordo di una Nuova Frontiera – diceva John Fitzgerald Kennedy nel 1960 –, la frontiera delle speranze incompiute e dei sogni. Al di là di questa frontiera ci sono le zone inesplorate della scienza e dello spazio, problemi irrisolti di pace e di guerra, peggioramento dell’ignoranza e dei pregiudizi, nessuna risposta alle domande di povertà ed eccedenze».
La frontiera di Donald Trump invece è un muro che il presidente degli Stati Uniti vorrebbe invalicabile, impermeabile a nuove idee, inaccessibile per gli individui che un tratto di penna qualifica come sgraditi, se non addirittura «terroristi».
Come l’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, premiato nel 2025 dalla Confederazione calcistica africana come «miglior arbitro dell’anno», avrebbe dovuto essere il primo nella storia del suo Paese a dirigere una partita dei Mondiali di calcio. All’arrivo all’aeroporto di Miami è interrogato e sottoposto a lunghi controlli, alla fine è stato ritenuto «inammissibile» a causa di preoccupazioni relative al controllo dei precedenti e gli è stato negato l’ingresso.
Alla Cnn qualcuno successivamente avrebbe fatto trapelare la notizia di suoi presunti contatti con organizzazioni terroristiche.

Fabio Cannavaro ct dell’Uzbekistan e i membri del suo staff sono stati sottoposti ad attente perquisizioni, sollevando polemiche che il capitano dell’Italia campione del mondo nel 2006 ha poi cercato di stemperare con un post in cui ha scritto che si è trattato di controlli normali. «La gente non sa una cosa: quando le Nazionali del Mondiale viaggiano, non passano dai terminal dall’aeroporto come i viaggiatori comuni, ma i bus dedicati alle squadre le accompagnano direttamente fino alla pista. I controlli a cui i viaggiatori comuni vengono sottoposti nel terminal, noi li facciamo direttamente in pista». Mah.
La stessa cosa è successa a quelli del Senegal, uno dei quattro paesi, tra quelli che prendono parte al Mondiale, nei confronti dei quali sono in vigore restrizioni all’accesso negli Stati Uniti. Gli altri tre sono Haiti, l’Iran e la Costa d’Avorio. Inutile dire che per i tifosi di queste squadre procurarsi un visto per il viaggio negli Usa è stato impossibile. Così come per quelli di un’altra squadra qualificatasi per la fase finale del torneo, l’Iraq, dove la chiusura del consolato americano, in seguito alla guerra scatenata da Usa e Israele in Iran, ha reso inaccessibili le procedure per in viaggio in America.
Un’analisi delle Bbc sui dati di ingresso negli Stati Uniti ha rivelato che, dopo l’elezione di Trump, il tasso medio di rifiuto del visto per i cittadini di undici delle 48 nazioni partecipanti al Mondiale è arrivato sopra il 40%. Qui nessuno è benvenuto, potrebbe essere lo slogan, a parte il denaro, s’intende.
Per lui, del resto, contano soprattutto le cifre: è stato stimato che nelle casse di Zurigo la Coppa del Mondo porterà quasi 9 miliardi di dollari, poco meno di 8 miliardi di euro, la più ricca manifestazione sportiva di sempre: il doppio di quanto ha ricavato il Cio dalle Olimpiadi di Parigi del 2024.
Come Mario Balotelli, citato di recente dal sindaco di New York, Zoharn Mamdani, Infantino può dire: «Io non esulto quando segno un gol, faccio solo il mio lavoro». Il suo, e quello di Trump, è contare i soldi. Pecunia non olet. Buon Mondiale a tutti, peccato non ci sia l’Italia.



