Il mondiale delle prime volte. Il primo a 48 squadre, il primo itinerante su tre Paesi diversi, il primo trasmesso interamente in streaming nel nostro Paese. Lo scorso febbraio, infatti, è stata ufficializzata l’acquisizione dei diritti della competizione da parte di Dazn che, dopo essere diventata la piattaforma della Serie A (esclusiva fino al 2029) punta a espandersi e consolidarsi ulteriormente come spazio privilegiato nel mercato dello sport televisivo.
L’approdo sullo streaming a pagamento della manifestazione calcistica internazionale per eccellenza ha riacceso i riflettori su una questione cruciale che investe il rapporto tra lo sport e la sua rappresentazione audiovisiva: fino a che punto l’evento sportivo deve essere tutelato come una sorta di «bene pubblico» accessibile a tutti e quanto, al contrario, va inteso come prodotto commerciale da vendere dietro sottoscrizione agli abbonati a un servizio?
In Italia, esiste una lista, redatta dal Mimit (Ministero delle Imprese e del Made in Italy) e dall’AgCom (l’Autorità Garante per le Comunicazioni), che stabilisce quali eventi sportivi (e non solo) debbano essere obbligatoriamente trasmessi in chiaro in quanto catalizzatori dell’identità nazionale o portatori di un interesse generalizzato per il pubblico; ed è a quella lista che bisogna rifarsi quando scoppiano ciclicamente polemiche e dibattiti sulla messa in onda, come avvenuto recentemente con la finale di Champions League (trasmessa «per tutti» solo in differita su TV8) o con la continua alternanza tra free e pay per quanto riguarda i match di tennis con i campioni italiani.
I mondiali rientrano solo parzialmente in questo perimetro di obbligatorietà, a maggior ragione considerata l’assenza della nazionale italiana che avrebbe avuto, invece, copertura gratuita assicurata. Ad ogni modo, il passaggio dei mondiali su un operatore streaming è una novità assoluta per il nostro paese, dove la Coppa del mondo aveva sempre seguito altri percorsi di distribuzione e di fruizione da parte dei telespettatori.
Il primo grande cambiamento era avvenuto nel 2006 con l’ingresso di Sky e l’esclusiva di tutti i 64 match di quell’edizione (di cui 25 garantiti in chiaro anche dalla Rai); un modello che si replicò anche per i due mondiali successivi, Sudafrica 2010 e Brasile 2014, fino a un’altra rivoluzione, quella del 2018 in Russia, con la competizione – la prima senza «azzurri» in campo – che venne acquistata da Mediaset e resa disponibile interamente in chiaro.
Nel 2022, l’insolita cornice autunnale dei mondiali in Qatar segnò il ritorno della Rai che fornì una copertura totale della competizione superando i 250 milioni di spettatori complessivi, con il picco di 16 milioni (oltre il 74% di share) per i calci di rigore della finale tra Francia e Argentina del 18 dicembre.
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A partire dall’11 giugno, assisteremo a un ritorno del mondiale come prodotto pregiato e «protetto», disponibile solamente dietro sottoscrizione, con l’assenza dell’Italia che inevitabilmente impatterà sulla corsa a tv connesse e abbonamenti, sulla revisione dei pacchetti e piani d’offerta, sui ragionamenti in termini di investimenti pubblicitari (non sussistendo, peraltro, l’obbligo di misurazione degli ascolti per gli operatori streaming), sulla proliferazione di app e contenuti dedicati.
Saranno 104 i match complessivi trasmessi dall’operatore, molti dei quali a improbabili orari notturni; di questi, 35 saranno quelli mandati in onda anche dalla Rai, che si è garantita una «finestra» in chiaro per coprire tendenzialmente le partite di cartello di ogni giornata.
Lo sport – il calcio e i Mondiali di calcio, in particolare – è sempre stato una cartina di tornasole dei cambiamenti tecnologici della tv e dei media nel nostro paese; con il mondiale più lungo e articolato di sempre, la copertura di questo fondamentale genere dell’offerta televisiva entra in una nuova fase tutta da scoprire e valutare.
Massimiliano Panarari – Sociologo della comunicazione, Università di Modena e Reggio Emilia




