Da Francesco a Leone XIV: la povertà come profezia

La teologia si impasta con l’antropologia: il povero è la «persona in povertà», la sua alterità diventa condizione di reciprocità
Papa Leone XIV - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Papa Leone XIV - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Sono molteplici i livelli della riflessione iniziata da papa Francesco e portata a compimento da Leone XIV con la «Dilexi Te» - «Ti ho amato» -, l’Esortazione apostolica recentemente pubblicata che pone al centro i poveri e la questione della povertà, dando così continuità ad un magistero che a lungo ha contrassegnato il rapporto tra Chiesa, mondo e condizione umana. In prima battuta il riferimento testamentario alle Chiese dell’Apocalisse delle quali la comunità cristiana «priva di forza», la più inerme e la più povera in senso lato, è destinataria privilegiata della dilectio, dell’amore di Dio.

La Rivelazione pertanto a fondamento dell’orizzonte sul quale si staglia il messaggio del Pontefice a partire da «i poveri li avrete sempre con voi» cui si accompagna nel Vangelo di Marco la promessa che «io sono con voi tutti i giorni». Quindi il Cristo come paradigma di una relazione di fratellanza che sovverte i canoni tradizionali con i quali ci si misura con la presenza del povero, cioè di colui che vive condizioni di indigenza e fragilità, di esclusione e marginalità: la povertà non solo come dato sociologico cui porre rimedio, ma come categoria che chiama in causa in sede teologica la natura stessa della relazione umana.

Qui il richiamo esemplare che nella tradizione cristiana e nella vicenda della Chiesa il «povero» ha assunto: dai vari libri dell’Antico Testamento alla predicazione evangelica, dai Padri dei primi secoli a Francesco d’Assisi, dagli ordini mendicanti a quelli ospedalieri, dalla Dottrina sociale alle acquisizioni del Vaticano II, sino alle forme di solidarietà dei movimenti popolari e a quelle di santità sociale praticate da uomini e donne impegnati ad affrontare il dramma della povertà nel nome della «carità».

Nella proposta di papa Leone essa assume il valore di una «opzione preferenziale per il povero» cui va assegnata «una forma speciale di primazia». In proposito «Dilexi Te» segna un passaggio rilevante, una innovazione assai significativa rispetto a precedenti elaborazioni del tema.

Non si tratta infatti solo di rendere testimonianze ispirate a comportamenti individuali virtuosi, caratterizzati da solidarietà oblativa e generosa dedizione alla causa del povero, ma di combattere e sovvertire le «cause strutturali», equiparate a «strutture di peccato», che costringono intere moltitudini di esseri umani in condizioni degradanti di privazione, di bisogno e di esclusione: «Le strutture dell’ingiustizia vanno riconosciute e distrutte» - una terminologia persino inedita - «non solo mediante la conversione delle mentalità» e tramite il soccorso della «scienza e della tecnica», ma «attraverso lo sviluppo di politiche efficaci nella trasformazione della società» in quanto «tanto l’annuncio quanto l’esperienza cristiana tendono a provocare conseguenze sociali». Una palese critica all’attuale modello «di successo e privatistico».

Due Papi sovversivi? Direi autenticamente fedeli al Vangelo, alla sua profezia. Lo sguardo è rivolto ai fattori di impoverimento fino a sanzionare in termini di abiezione morale una visione della povertà come colpa, senza per questo sottrarsi a segnalare la dimensione delle responsabilità personali e dei doveri che derivano. Non è solo il singolo cristiano ad essere chiamato in causa, evocato a «gesti personali frequenti e sentiti», pena «la rovina dei sogni più preziosi», a vivere con «intelligenza e tenacia il proprio impegno sociale», ma è la Chiesa nel suo insieme che non può sottrarsi alla provocazione dei poveri e della povertà. Leone XIV si inserisce in una traiettoria ecclesiologica che, per limitarci a periodi meno lontani, procede da Giovanni Paolo II a Bergoglio all’insegna della «Chiesa povera per i poveri».

Non una parziale sezione dell’essere e dell’operare dell’intera comunità ecclesiale, ma una sostanziale figura teologica che nella «Dilexi Te» si spinge oltre la scelta di campo ed approda sino ad una identificazione tra la Chiesa e i poveri. Essa, infatti, «sente come propria carne la loro carne sofferente» e abbisogna di farsi da loro evangelizzare. La teologia si impasta con l’antropologia: il povero è la «persona in povertà», la sua alterità diventa condizione di reciprocità, di generalizzato riconoscimento relazionale che va al di là della pur doverosa accoglienza e delle forme molteplici di assistenza, ma si estende al punto da inverare - questo il nucleo forte del Vangelo - l’essere e il farsi prossimo. Per scomodare una categoria filosofica, l’essere del povero come ontologia della prossimità.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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