Ai deputati e senatori, in aula e nelle Commissioni, restano pochi giorni di lavoro prima della pausa ferragostana e, come sempre è accaduto, in questa circostanza si crea l’ingorgo parlamentare che produce frettolosità e, spesso, rinvii. Come un rinvio a settembre già riguarda la questione più dibattuta dai partiti al netto delle polemiche sugli immigrati e i fatti di Ceuta, e cioè la riforma del sistema elettorale che ci dovrebbe portare verso il cosiddetto «Melonellum». Si ricorderà il lettore che l’ultimo voto della Camera si è tramutato in un patatrac per Giorgia Meloni in persona che sosteneva l’introduzione delle preferenze contro il parere degli alleati.
E quella clamorosa sconfitta in aula (a voto segreto) provoca ancora discussioni, trattative, tensioni. Allo stato attuale Forza Italia fa sapere che «servono approfondimenti» sulle preferenze, anche se Antonio Tajani si dice aperto alle proposte di Fratelli d’Italia (ma subisce per questo una contestazione interna). Dunque al Senato se ne riparlerà tra più di un mese, cioè dopo il 9 settembre e, se le cose andranno bene (a palazzo Madama il voto segreto non c’è su queste tematiche) il testo tornerà alla Camera, e qui di nuovo sospetti, paure e veleni tra alleati, franchi tiratori, tensioni in vista delle prossime elezioni.
Su un punto invece la maggioranza è granitica: non concedere l’accesso e l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Delmastro (non indagato) e un prestanome di famiglie camorristiche con la cui figlia Delmastro era in affari con l’ormai celebre bisteccheria. Questo «no» del centrodestra provoca le proteste dell’opposizione: «Aprite la cassaforte!» si leggeva nello striscione che i cinquestelle hanno tirato fuori in aula. La questione si rimpalla ora alla Camera tra le due giunte competenti, quella delle autorizzazioni e quella del regolamento.
Stiamo parlando di Montecitorio, e sempre lì si dovrà votare la fiducia sul decreto giustizia e migranti. La questione dirimente è l’estensione delle intercettazioni («a strascico») anche in inchieste diverse da quelle per mafia. FdI lo voleva, gli azzurri no, a risolvere la querelle è stato il presidente del Senato La Russa: la questione non è ammissibile perché estranea al tema del decreto, cioè la politica migratoria. Questo dovrebbe aver placato la contrapposizione tra il «giustizialismo» dei meloniani e il «garantismo» degli ex berlusconiani ma per esser più sicuri si va alla fiducia, alla Camera come già al Senato.
Altro argomento caldo l’avvio della procedura di attivazione della clausola di salvaguardia nazionale (significa lo scostamento temporaneo dei conti pubblici rispetto a quanto concordato con la Commissione): oggi le comunicazioni del ministro Giorgetti alle Camere ci diranno se l’Italia si stia preparando a richiedere i fondi Safe per finanziare le spese per il riarmo pattuito con gli alleati.
Come si vede sono parecchi i test di fine stagione sulla tenuta della stabilità del governo: le elezioni si avvicinano, il partito di Vannacci cresce ogni settimana e dunque le tensioni e le divisioni tra alleati si vanno infoltendo. Del resto, dall’altra parte non spira certo un vento di pace tra Conte e Schlein. È probabile che da sinistra a destra si confidi molto nella pausa per allentare il nervosismo.




