Valutazioni assai variegate e contrastanti sono emerse a proposito del cardinale Camillo Ruini, all’indomani della sua scomparsa avvenuta un mese fa. Indubitabile comunque il ruolo da protagonista da lui assunto nell’ambito della comunità ecclesiale, e non solo, nel corso degli anni in cui è stato, dal 1986 al 1991, segretario, poi sino al 2007 presidente della Conferenza episcopale italiana. Ebbene quale il proprium della «linea Ruini», quella che uno storico del movimento cattolico dalla indubbia statura - Guido Formigoni – definisce «istituzionale-sociale» come esito della correzione dovuta a Giovanni Paolo II della precedente retta sulla «scelta religiosa» di ispirazione montiniana animata dalla prospettiva della evangelizzazione?
Al centro la presa d’atto della nuova situazione di un Paese a forte tasso di secolarizzazione, nel quale si è consumata la parabola democristiana con la presenza di due partiti dislocati in campi avversi. Da qui distanza dalle diverse formazioni politiche – il che non significa equidistanza –, vincolo di adesione per i credenti ai valori dell’antropologia e dell’etica cattolica così come espressi in un corpo dottrinale ben codificato.
In sostanza il riconoscimento del pluralismo politico dei cattolici che tuttavia non può significare il dissolvimento di una loro convergenza culturale e valoriale nel quadro di una connessione con la gerarchia che di tale convergenza costituisce riferimento ineludibile. Dunque da un lato la proclamazione dei «valori non negoziabili» e la sottolineatura di temi eticamente sensibili in nome di una ipotesi di tipo identitario e dall’altro lato l’impegno volto alla presenza di una Chiesa istituzionale forte, abilitata ad interloquire con la politica, a presidiare mondi vitali e realtà sociali, fino ad organizzarsi come soggetto di pressione a tutela degli interessi cattolici e a garanzia dell’unità morale della nazione.
Di fatto una netta distinzione rispetto alla proposta della «differenza cristiana» e del dialogo col moderno di cui rispettivamente Enzo Bianchi e Carlo Maria Martini si fanno portatori. Messa alla prova della evoluzione bipolare del sistema dei partiti, la «linea Ruini» produce come conseguenza una svalutazione del ruolo mediatorio della politica e, nel quadro di un affrontment tutto istituzionale, una riduzione del laicato cattolico ad un ruolo marginale e periferico.
La questione non è rinnegare il pluralismo, ma indirizzare la coscienza dei credenti all’incontro tra libertà e verità nel segno di una dottrina retta su precisi principi che confermino il cristianesimo come la «religione degli italiani». Si viene producendo una sorta di doppia morale: l’etica che si riconosce nel formalismo dei disegni di legge, negli atti di governo e l’etica che finisce col sorvolare sulle pratiche, gli stili, gli esempi di vita. Sino alla teoria della necessità della «contestualizzazione» a proposito di certi comportamenti effrattivi della morale cristiana.
Rispetto al centrosinistra posizioni critiche su temi rispetto ai quali si rivendica una sorta di potestas indirecta: la scuola, la famiglia, la fecondazione assistita, la soggettività femminile, la dichiarazione anticipata di trattamento, il fine vita. Allo stesso tempo rilievi a carico del centrodestra: la preservazione dell’unità nazionale a fronte delle velleità secessionistiche, le politiche dell’immigrazione e dell’accoglienza, le spese militari, le missioni internazionali la riduzione degli investimenti nel campo della cooperazione, la questione della progressività fiscale.

Non c’è dubbio tuttavia che si assiste ad uno sbilanciamento a favore della coalizione berlusconiana ritenuta più affidabile, più vicina alla tradizione e ostile al mutamento soggettivistico della società, nonostante la trasmutazione impressa, quanto al loro significato, al valore di parole centrali nel lessico cattolico quali persona, responsabilità, prossimità, comunità, e le palesi dimostrazioni di devozione senza fede, di ateismo cristiano.
Per concludere: un impianto dottrinale che erige l’autorità religiosa ad interprete unica della legge naturale. Essa va declinata in termini tali che spingano la politica a promuovere norme in grado di regolare la convivenza associata secondo una visione mirata a rivitalizzare una presenza e a ristabilire un’influenza in una società come quella italiana in corso di scristianizzazione e ormai priva di un partito cattolico su cui poter fare sicuro affidamento da parte della Chiesa.




