Tra le figure più legate, a Brescia, al cardinale Ruini c’è il vescovo emerito Luciano Monari, ordinato vescovo dallo stesso Cardinale. Lo abbiamo intervistato.
Che ricordo personale conserva del cardinale Camillo Ruini?
«I ricordi sono davvero tanti. Quando entrai in seminario, Ruini mi insegnò filosofia per sei ore alla settimana per un intero anno. Dopo gli studi a Roma tornai e iniziai a insegnare insieme a lui: era il preside della scuola e io uno dei docenti. Da allora è nato un rapporto di conoscenza, stima e affetto che è durato negli anni. Quando Giovanni Paolo II mi nominò vescovo di Piacenza, fu proprio il cardinale Ruini a ordinarmi vescovo, mi accompagnò quando feci l'ingresso a Brescia».
Lei fu vicepresidente della CEI durante la presidenza Ruini. Che esperienza fu?
«Molto positiva. Ruini possedeva straordinarie capacità intellettuali e organizzative. Ha dato alla CEI la struttura che ancora oggi conserva. Noi vicepresidenti offrivamo il nostro contributo, ma il motore era lui. È stato un lavoro fecondo e importante per la Chiesa italiana».
Che significato attribuisce alla presenza di Papa Leone ai funerali?
«Lo considero un gesto molto significativo e ne sono felice. Ruini nutriva grande stima per Papa Leone e guardava con speranza al suo pontificato. È anche un segno di rispetto verso un uomo che ha dedicato l’intera vita al servizio della Chiesa».
Possiamo già parlare di un’eredità lasciata dal cardinale Ruini?
«Rimane la struttura della CEI che contribuì a costruire, ma soprattutto resta la sua intuizione del progetto culturale. Era convinto che la crisi contemporanea non fosse anzitutto una crisi di fede, ma una crisi culturale che tende a escludere la fede dagli interessi e dagli orizzonti delle persone. È una riflessione oggi ancora molto attuale».
Ruini rappresentava l’ala conservatrice della Chiesa...
«Le sue posizioni sui temi etici nascevano da una riflessione più ampia, condivisa anche da Giovanni Paolo II. Ci ricordava che bisogna evitare due errori: vivere ancorati al passato oppure procedere verso il futuro senza punti di riferimento. Oggi viviamo in una società ricca di possibilità, ma spesso priva di un orizzonte comune. Ed è proprio questa la sfida del nostro tempo».



