La vittoria è di chi la dichiara, così Trump «plasma» la realtà

Conta il messaggio non la realtà. Conta il tono non la coerenza o la logica. Contano il ritmo martellante e il rapporto diretto
Donald Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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La telefonata è stata «ottima». L’incontro «importantissimo». Il vertice «di grande successo». La tregua «definitiva». La vittoria «storica». È il linguaggio di Donald Trump, che contempla solo aggettivi assoluti e tollera il relativo soltanto se sostenuto con avverbi rafforzativi. Solo vittorie nel suo orizzonte. Mai un errore o un insuccesso. E se proprio è costretto, cerca di far passare l’idea che la difficoltà di un momento sia la premessa d’una conquista ancora maggiore in un futuro imminente.

Anche sui tempi dei verbi la preferenza è per il presente. Il passato lo usa solo per attribuire ai predecessori colpe imperdonabili e cedimenti indegni di un’America destinata –  grazie a lui – ad essere sempre prima, popolo eletto accompagnato dalla benedizione divina. Il futuro non è una speranza o una promessa, ma una certezza dilazionata nel tempo. La settimana appena trascorsa ci ha offerto una vasta gamma di questo stile comunicativo del presidente degli Stati Uniti. Conta il messaggio non la realtà. Conta il tono non la coerenza o la logica. Contano il ritmo martellante e il rapporto diretto, senza alcuna mediazione. Non senza concessioni al gergo volgare.

Gli esperti di comunicazione hanno provato ad analizzare il vocabolario usato da Trump: non più di quattrocento lemmi, se si considerano i discorsi più articolati, meno di un centinaio di parole, se si restringe il campo alle conferenze-stampa, ancora di meno per i post su Truth. Una gamma comunicativa semplificata. Ma sarebbe un errore pensare che quello sia l’orizzonte culturale del tycoon. Semmai è il contrario, la scelta dei termini è attentissima: pochi vocaboli, immediati e diretti. Il tono deciso ne aumenta la forza. Le eventuali interpretazioni controverse sono lasciate in mezzo alla frase, in modo intenzionale. Quasi sempre hanno un cenno minaccioso: con il Canada, la Groenlandia, l’Europa, accusati di essere «cattivi».

Il resto deve comunicare sicurezza. In quel momento e per quel singolo messaggio, perché quanto dichiarato oggi potrebbe non essere più vero domani. Questa settimana è accaduto con l’articolo 5 del Patto Atlantico, quello che impegna i membri a correre in aiuto di un alleato aggredito: il 24 giugno «non è scontato», il 25 giugno torna ad essere il pilastro della Nato. Oppure con l’attacco all’Iran: il giorno prima negato dai suoi ministri, il giorno dopo rinviato di due settimane, il terzo giorno rivendicato come nulla fosse. Stessa musica con i dazi, più volte annunciati e dilazionati a Borsa aperta, favorendo speculazioni stellari. Sul fronte dei dazi Trump ha rivendicato vittorie storiche. «Nessuno è bravo come me a trattare», ha detto. Per poi portare a casa – come con la Cina e probabilmente anche con l’Unione Europea – meno di un quarto di quanto minacciato. L’importante è annunciare la vittoria. Le cose diventano vere quando e perché lui le afferma.

Non è una novità, Trump l’ha teorizzato fin dall’inizio del suo primo mandato, quando contestando i giornalisti sulla scarsa partecipazione al suo insediamento, parlò tranquillamente di «fatti alternativi», collocandosi placidamente nella cosiddetta post-verità, nelle narrazioni che non hanno bisogno di essere dimostrate dai fatti, delle profezie che si auto-avverano. Non fa differenza fra le vittorie vere (come quella sui migranti e gli Ordini esecutivi che la Corte suprema ha messo al riparo dai giudici federali) e quelle mancate (Putin fa quel che vuole con l’Ucraina e a Gaza la tragedia umanitaria continua).

L’importante sono tono, messaggio e destinatari: slogan assertivi per seguaci fidelizzati. Grinta e cappellino. Gli altri si devono adeguare. Ed ha ragione lui, visto lo spaesamento che riesce a suscitare. Emblematica la vicenda del messaggio che il segretario della Nato Mark Rutte gli ha inviato privatamente, per blandirlo, e che Trump ha diffuso ai quattro venti. Non perché sia un maleducato, ma perché così ha dimostrato che ottiene quel che vuole: «Tutti pronti a baciarmi il...». Non sopporta chi gli tiene testa e non sopporta i giornalisti, perché la loro presenza smonta il suo gioco. Soprattutto vede rosso se lo definiscono «Taco», (Trump always chickens out), cioè uno che le spara grosse ma poi, al dunque, si tira indietro.

Una critica letale per la sua immagine. Così reagisce aumentando l’aggressività delle sue posture e rivendicando una vittoria al giorno. Trump è un campione nella propaganda, ma è in buona compagnia. Da anni le sfumature nei discorsi dei politici sono scomparse: cose dell’altro secolo. I leader non parlano per spiegare le loro scelte, o prendersi le responsabilità dei loro ruoli, ma per catalizzare consensi (pochi, per la verità, viste le percentuali di voto) innalzando cappellini e bandierine. Sembra che neppure loro credano a quel che dicono e alla fine diventino prigionieri delle loro narrazioni. Trump è causa ed effetto di questo sistema.

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