Le guerre sono diventate uno show in mondovisione

Da quando la televisione ha iniziato a raccontarli, i conflitti vengono incessantemente spettacolarizzati: per questo servono sempre «innovazioni» e colpi di scena
Trump con il vicepresidente Vance - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Trump con il vicepresidente Vance - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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La guerra mostrata. Anzi, ostentata. Si tratta dell’ennesimo mutamento determinato dalla dimensione totalizzante conquistata dai meccanismi della comunicazione. E, così, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump cambia nuovamente, e improvvisamente, posizione – passando dall’autoesaltazione per le incursioni sull’Iran all’affermazione di non volere il cambio di regime a Teheran e alle accuse nei confronti del «suo amico» Bibi Netanyahu –, tutto quello che si muove intorno alla guerra si rivela sempre più oggetto di visibilità.

Contravvenendo alla tradizione delle mosse preparatorie e della conduzione quale componente strutturalmente nascosta e irrappresentabile pubblicamente degli arcana imperii (i segreti del potere, sostituiti nella modernità dal concetto di «interesse nazionale» da preservare attraverso il suo occultamento). Numerose le manifestazioni in tal senso, a partire dalla documentazione visiva ormai costante riguardante le war room e la situation room che ritraggono i politici nell’adempimento della loro funzione di «comandanti in capo».

Da Trump con tanto di rosso cappellino Maga mentre assiste agli attacchi Usa ai siti nucleari iraniani al premier israeliano, dall’aggredito Volodymyr Zelensky all’aggressore Vladimir Putin che propone alcune immagini selezionate per la propaganda della cosiddetta «operazione militare speciale» in Ucraina. A colpire, ulteriore novità, è il fatto che nei giorni scorsi sono circolate fotografie di generali di Teheran «in posa» davanti a una cartina del Medio Oriente mentre i loro missili solcavano i cieli per colpire le basi americane in Qatar, Siria e Iraq.

In questo processo – che alcuni studiosi hanno etichettato anche alla stregua di «showar» – si mescolano aspetti ed elementi di natura differente. Nell’età dell’imperialismo della comunicazione – il vero «fatto sociale» totale del nostro tempo (per prendere a prestito una famosa categoria di uno dei padri delle scienze sociali, Émile Durkheim) – tutto va vetrinizzato, anche quanto in precedenza si riteneva dovesse rimanere rigorosamente nascosto e invisibile. Ecco, allora, che perfino le manovre – o, per meglio dire, alcuni fotogrammi della direzione politica – delle attività belliche devono venire offerte ai circuiti comunicativi e al sistema mediale.

Se due degli imperativi sociali per antonomasia della contemporaneità consistono nella disintermediazione e nella (sedicente) «trasparenza» – suggerita dalle stesse logiche di funzionamento dei social media –, niente di meglio, pertanto, che estenderle in apparenza anche alla catena di comando delle operazioni militari le quali, malauguratamente, si vanno sempre più infittendo. Di questi frammenti e atti comunicativi, nei rimbalzi e rimandi della cross e transmedialità, deve rimanere l’idea di un potere che, al contempo, si rende visibile in maniera complice alle varie opinioni pubbliche (o ai popoli obbedienti) e si rappresenta in ciò che, schmittianamente, sarebbe la quintessenza più profonda del principio del Politico: la divisione fra amico e nemico, ovvero il conflitto diretto contro il secondo.

Dimensioni (e torsioni) da rendere iconiche precisamente «a colpi di immagine» in quello che rimane il Villaggio globale mediale, a dispetto – per l’appunto – del ritorno di una divisione fra blocchi. Da quando la guerra è diventata televisiva – con l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990 – la spettacolarizzazione dei conflitti si è fatta incessante; e come in ogni show (tragico) servono sempre «innovazioni» e colpi di scena. Un’atmosfera di guerra sempre maggiormente «derealizzata» e trasformata in un dispositivo iconografico, dove le immagini del potere che ordina di combattere, come se fosse all’interno di un tinello domestico e aperto, costituisce un ulteriore «salto di qualità» (per così dire...).

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