I toni trionfalistici di questo vertice Nato dell’Aja non sembrano essere particolarmente motivati. Sì, c’è un generale consenso sulla necessità di aumentare i bilanci della difesa dei paesi membri. No, questo non sembra preludere a una maggiore coesione o risolvere problemi profondi e per certi aspetti strutturali dell’alleanza. Il bilancio e la nuova soglia del 5% del Pil, innanzitutto. Soglia irrealistica e velleitaria, questa, anche nell’orizzonte lontano (il 2035) in cui dovrebbe realizzarsi. E soglia comunque fittizia (quella reale sarebbe in realtà del 3.5%), cui si aggiunge un opaco 1.5% da destinarsi a investimenti infrastrutturali funzionali alla Difesa (entro cui può, in altre parole, ricadere un po’ di tutto).
Al netto degli artifizi contabili cui assisteremo negli anni a venire, l’accordo certifica una tendenza in atto più che costituire una svolta. Oggi la quasi totalità dei membri dell’Alleanza supera la soglia del 2% del Pil di spese in difesa concordata più di dieci anni fa. Tra il 2014 e il 2024, il bilancio combinato degli investimenti militari dei paesi Nato è cresciuto di circa il 50%. La vera impennata, però, vi è stata dopo l’invasione russa dell’Ucraina e, ora, con l’elezione di Donald Trump.



