Il 19 luglio 1966, sessant’anni fa, un luogo geografico, la Corea, divenne per gli italiani una nuova categoria dello spirito. Sinonimo di termini e luoghi ai quali non era mai stata associata prima: disfatta, Caporetto, Waterloo. Qualcuno paragonò quel giorno all’8 settembre del 1943. Stavolta colpevole di una fuga ignominiosa non era il re, ma l’uomo chiamato a guidare la nazionale di calcio alla Coppa Rimet: il bolognese Edmondo Fabbri, detto «Mondino» per la sua bassa statura.
La colpa che molti imputavano a Fabbri era di aver voltato le spalle a una realtà calcistica che aveva visto l’Inter dominare in Europa in due delle ultime tre stagioni. Dicevano che fosse geloso della fama di «mago» conquistata sul campo da Helenio Herrera. E che per questo avesse rifiutato di convocare per il Mondiale inglese Armando Picchi, che di quell’Inter era simbolo e capitano.
Il dramma andò in scena a Middlesbrough, dove gli azzurri, nella terza partita del girone incontrarono la Corea del Nord. All’Italia, vittoriosa all’esordio sul Cile e sconfitta, 1-0, dall’Urss nella seconda giornata, sarebbe bastato un pareggio per accedere ai quarti di finale.
Finì invece 1-0 per i coreani. Gol del famoso Pak Doo Ik (sarà stato uno dentista per davvero?), immortalato in una foto passata alla storia: Albertosi che si tuffa sulla destra, superato dal tiro rasoterra del centrocampista avversario. Pak Doo Ik è immortalato in secondo piano, mentre incredulo guarda il pallone infilarsi nella porta dell’Italia. Facchetti e Janich osservano impietriti al limite dell’area. Per l’Italia del boom economico fu uno shock epocale.
Ci furono, come sempre, polemiche e interrogazioni parlamentari, i giornali titolarono «Vergogna» a caratteri cubitali. La comitiva azzurra scelse di tornare notte tempo a Genova dove fu accolta dai tifosi inferociti con il lancio di pomodori.
La swinging London festeggiava i successi calcistici dei suoi al suono di Yellow Submarine dei Beatles, l’Italia si consolò con i Rokes che quell’estate portarono al Cantagiro «Ma che colpa abbiamo noi?». Con l’8 settembre, quello vero, l’Italia chiuse i conti tre anni dopo, stabilendo con il referendum del 1946, altro anniversario tondo, la fine della Monarchia e l’esilio per la famiglia reale. Con il calcio il rapporto è rimasto più sfumato.
Ai Mondiali, gli azzurri non si qualificano da tre edizioni. Ci sono state altre «coree», una si chiamava Macedonia del Nord. L’allora ct, Roberto Mancini, non fu inseguito con i pomodori, neanche Ventura e Gattuso per fortuna lo sono stati. Mancini tagliò la corda un anno dopo, non per rifugiarsi a Brindisi come il vituperato re.
Scelse piuttosto l’esilio dorato degli sceicchi arabi, un’avventura andata male. E oggi fa sapere che, in un eterno italico ritorno dell’uguale, non gli dispiacerebbe affatto guidare nuovamente la nazionale. Intanto, stasera, l’Italia assiste da casa all’ennesima finale. Ma che colpa abbiamo noi?




