Mondiali: la profezia di Pedri è una piccola, grande lezione

Dopo il ko in Nations League lo spagnolo aveva postato la data della finale iridata, segnando, di fatto, l’appuntamento
Daniele Ardenghi

Daniele Ardenghi

Giornalista

Il post di Pedri - © Profilo Instagram di Pedri
Il post di Pedri - © Profilo Instagram di Pedri

Una data: il 19 luglio del 2026 (questa domenica), il giorno della finale dei Mondiali. Il 10 giugno dello scorso anno il centrocampista spagnolo ventitreenne del Barcellona e della Nazionale spagnola Pedri aveva pubblicato un post «profetico» su Instagram, diventato virale in queste ore, con scritta la data della finale. Nella foto principale il calciatore appariva insieme ai compagni di squadra Lamal e Nico Williams. La Spagna aveva appena perso la finale dell’Uefa Nations League, obiettivamente ben meno importante e prestigiosa di un Mondiale, contro il Portogallo.

Nella mente

La chiave di lettura è semplice. La sconfitta aveva generato nel giocatore un’immediata voglia di riscatto. Non generico, ma con un obiettivo preciso. La vittoria del Campionato del mondo, all’epoca distante oltre un anno. Pedri, nella semifinale di martedì vinta contro la Francia, è entrato al 22’ del secondo tempo, prendendo il posto di Fabian Ruiz. Al di là della prestazione personale, e oltre ogni retorica troppo spiccia, quella di Pedri è una piccola-grande lezione

motivazionale. Posto che, nella vita, non tutto va sempre come vuoi o vorresti o sogneresti, il momento della massima delusione può essere anche quello nel quale – dal punto più basso – metti nero su bianco il target che riscatta ogni sofferenza. In un’epoca in cui si parla tanto di «visualizzazione» e di «manifestazione» dei propri obiettivi, anche a livello sportivo, quello del centrocampista nato a Tegueste, nelle Canarie, il 25 novembre 2002, pare un esempio plastico di «come si deve fare».

In realtà, tra quel 10 giugno 2025 e domenica non c’è solo la visualizzazione di un traguardo. C’è anche tanto lavoro. C’è bravura, c’è fortuna, c’è anche casualità. Ci sono cose che non un singolo, ma un collettivo, quello spagnolo, ha dovuto fare e vivere per arrivare dove profetizzato.

La realtà che resta poco discutibile è che i campioni – verrà perdonata la banalità – si manifestano più nelle sconfitte che nelle vittorie. Afferma Michael Jordan, probabilmente il miglior giocatore di basket di sempre e tra gli sportivi più importanti e vincenti della storia: «Ho perso circa 300 partite. Per 36 volte i miei compagni hanno riposto in me la fiducia affinché tentassi il tiro della vittoria. Nella mia vita ho sbagliato a ripetizione. È per questo che ho avuto successo».

Spostando l’obiettivo su uno sport individuale, gli attuali successi del tennista Sinner originano da alcune batoste subite da Alcaraz. E dall’umiliazione e dalla frustrazione della squalifica. Oggi Jannik è numero uno al mondo anche, o forse soprattutto, perché è passato da lì senza morire. Cosa che poteva accadere a tanti alti colleghi. Ma anche a Jordan, o alla Spagna di Pedri. Che l’Italia del pallone possa entrare nella stessa ottica...

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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