La guerra non va in vacanza e non c’è pausa estiva per la diplomazia vaticana. Dopo l’Angelus di domenica 9 agosto papa Leone ha parlato della guerra in Sudan, ma anche di Ucraina e Russia rivolgendo «un accorato appello affinché si rispetti il diritto umanitario e cessino da entrambe le parti gli attacchi che coinvolgono obiettivi civili». Questo appello a dare spazio al dialogo fa parte di uno sforzo paziente che ha visto un momento importante nel mese di luglio. Prima la visita del cardinale Matteo Zuppi (13-16 luglio), già inviato speciale di papa Francesco, e poi la visita del «ministro degli esteri» vaticano, l’arcivescovo Paul Gallagher (16-21 luglio), hanno lanciato un messaggio che è in parte diverso rispetto all’epoca del predecessore di Leone.
Gallagher era in Ucraina come inviato pontificio per partecipare alle celebrazioni del 35° anniversario del ripristino delle strutture della Chiesa cattolica di rito latino nel Paese. Nel complesso queste visite, se nel loro obiettivo dichiarato continuano a perseguire la liberazione dei prigionieri di guerra e dei minori ucraini portati in Russia, hanno anche segnalato una maggiore vicinanza della Santa Sede alla lotta dell’Ucraina per la resistenza all’invasore. In un momento politicamente molto delicato per la presidenza Zelensky anche dal punto di vista degli equilibri interni, Leone XIV non ha mai parlato, come fece Francesco, della Nato che «abbaia» alle porte della Russia.

La missione di Zuppi del giugno 2023 in Ucraina faceva parte del pellegrinaggio dell’estate di quell’anno nelle capitali che contano: Mosca, Pechino e Washington. Questa volta, la missione del presidente della Cei era in staffetta con quella di Gallagher, che in alcune dichiarazioni ha ipotizzato la possibilità di un viaggio di papa Leone in Ucraina – senza la condizione che papa Francesco aveva posto, ovvero di un viaggio anche a Mosca. Gallagher è atteso nella capitale russa nei giorni 25-28 agosto: è un’accelerazione importante negli sforzi del Vaticano per la pace in Ucraina.
Si vedono chiaramente i contorni della linea di Leone sull’Ucraina – diversa dal predecessore nel sostegno più visibile al popolo ucraino. Si tratta di una delle conseguenze del passaggio di pontificato da Francesco a Leone XIV. Ricorda quanto accaduto dopo l’elezione di Giovanni Paolo II nel 1978 riguardo alla Ostpolitik vaticana: il Papa polacco confermò gli uomini nominati dal predecessore (in particolare il Segretario di Stato, cardinale Agostino Casaroli), ma impartì loro direttive differenti, orientate verso un atteggiamento più dinamico nei confronti del Cremlino e dei governi comunisti dei Paesi oltre cortina di ferro.
Allora fu l’inizio di una alleanza tra Vaticano e Stati Uniti, sui quali oggi è invece difficile contare ma di cui è difficile fare a meno. Leone esprime una visione geopolitica distante dai toni di Trump e Vance che puntano sul legame tra cristianesimo, occidente e civilizzazione del mondo; ma allo stesso tempo ripropone un’ottica atlantista classica, più vicina al cattolicesimo americano ed europeo post-1945 che allo «sguardo di Magellano» di papa Francesco.
La seconda parte del 2026 è iniziata in modo diverso dalla prima, che si aprì col discorso del Papa agli ambasciatori del 9 gennaio che conteneva indirette ma chiare critiche alla politica estera di Trump. Il viaggio a Lampedusa il 4 luglio – a 250 anni dalla Dichiarazione d’indipendenza degli Usa – è stato seguito dalla visita di cortesia all’ambasciatore americano presso la Santa Sede, il trumpiano di ferro Brian Burch.
Dopo le turbolenze della primavera e dell’inizio dell’estate, da qualche settimana i rapporti tra Leone e l’amministrazione Trump godono di un periodo di relativa calma. C’è in gioco anche il viaggio di Leone negli Stati Uniti, che potrebbe avvenire già nel primo semestre del 2027: dopo le elezioni di medio termine del novembre 2026, e a distanza di sicurezza dall’inizio della campagna elettorale per le Presidenziali del 2028.




