Archeologia di conquista: il fronte storico-identitario di Israele ha un'inattesa escalation, e non solo come pretesto per nuovi insediamenti di coloni. La vicenda è complessa e si potrebbe iniziare a raccontarla dall’esproprio della Tomba di Samuele. Il luogo, poco a nord di Gerusalemme, che per tradizione musulmana ed ebraica custodirebbe i resti del profeta, da secoli è presidiato da una moschea e lo Stato di Israele ora vuole toglierlo allo Waqf, l’ente della Casa reale di Giordania che l'ha in custodia.
"Thus far, Jordan’s King Abdullah has swallowed his pride at the ever more dangerous Israeli encroachments at Al-Aqsa. But will he yield again if Netanyahu gives the go-ahead to the reported Kushner/Huckabee plan?"
✍️ Opinion by Peter Obornehttps://t.co/yqgEx7W2hw
La mossa ha due finalità. Innanzitutto mettere in discussione lo storico ruolo dei re hashemiti di Giordania come custodi dei luoghi santi musulmani, compresa la Spianata di al-Aqsa, questione che lo stesso premier Netanyahu ha posto ai delegati di Trump. E poi, mira ad anticipare nei fatti quel che una legge all'esame della Knesset vorrebbe introdurre, cioè il possesso di un'Autorità governativa dei siti storici e archeologici come «patrimonio esclusivo di Israele». E così accadrà, perché dietro il progetto stanno i due ministri dell'estremismo sionista messianico Itaman Ben-Gvir e Bezalel Smotrich.
Il piano suscita problemi di non poco conto, perché in Israele ogni pietra parla: molti siti sono legati a luoghi di culto, sono stati riportati alla luce da campagne di scavi ben connotate, e si potrebbero aprire questioni di proprietà e sovranità dagli esiti difficilmente prevedibili. È vero che negli ultimi tempi si è fatto strame del diritto internazionale, ma attorno alla Terra santa ci sono questioni che sembrano silenti e invece…
Basterebbe pensare al Quartetto Latino, un'intesa diplomatica nata con le Capitolazioni ottomane del 1536, ai tempi di Solimano il magnifico, e che due mesi fa ha visto Francia, Spagna, Italia e Belgio entrare in azione compatte a difesa della libertà dei Luoghi santi, quando l’esercito ha impedito al Patriarca dei Latini cardinal Pierbattista Pizzaballa di entrare al Santo Sepolcro. Non meno vigili sono le Chiese cristiane, che possono contare sullo Status Quo, intesa risalente al 1757 e riconfermata dal Trattato di Berlino fino ai giorni nostri.
Il cuore della questione, accanto a Samaria e Giudea, è soprattutto Gerusalemme. L’attenzione in questi giorni è incentrata sul quartiere palestinese a est della Città vecchia, sventrato per fare spazio ai Giardini di Salomone. Altro progetto-simbolo israeliano: fare di Gerusalemme la città di Davide. Ad inquietare i cristiani è anche il clima di intolleranza, quando non di pura violenza, crescente in città. Ha fatto il giro del mondo il video della suora gettata a terra e presa a calci da un colono, in pieno giorno.
Ma ormai si contano a centinaia i casi di insulti e sputi contro i cristiani per le strade della Città vecchia. Nei giorni scorsi persino davanti al Convento della Custodia francescana di Terrasanta. La polizia lascia campo libero agli estremisti. Così si tradisce l’anima stessa di Gerusalemme che - come scrive il domenicano Olivier Catel in «Gerusalemme, un cuore di pace» (Editrice Queriniana) - è «città-mondo, microcosmo di tutta l’esistenza umana». Il celebre studioso dell'École biblique aggiunge: «Vivere a Gerusalemme, a dieci minuti dal Santo Sepolcro, in un quartiere musulmano, a cinque minuti dal quartiere ebraico ortodosso, a due passi dalla porta di Damasco, che è il punto di passaggio e di incontro di tutte queste popolazioni eterogenee, è una sfida umana, psicologica e spirituale».
Sfida grande in tempi di guerra. Davanti a questo ampio orizzonte, il Patriarca di Gerusalemme dei Latini card. Pierbattista Pizzaballa, sostiene: «La comunità internazionale ha il dovere e il diritto di interessarsi a Gerusalemme, perché essa è di tutti. Il cuore del mondo è a Gerusalemme e ciò che vi accade coinvolge miliardi di credenti». A questa conclusione giunge al termine del centinaio di lucidissime pagine d'una lettera, autentico canto di pace, intitolata «Tornarono a Gerusalemme con grande gioia» (Libreria editrice Vaticana).
Il patriarca, nel chiedersi «come stare da cristiani in questa situazione di conflitto», scrive: «I Luoghi Santi, che dovrebbero essere spazi di preghiera, diventano campi di battaglia identitari. I testi sacri vengono invocati per giustificare violenze, occupazioni, terrorismo». E ancora: «Quando oggi parliamo di Gerusalemme, ci concentriamo prevalentemente sugli aspetti politici, storici e sociologici. Ma non va mai dimenticato che ciò che lega il mondo intero a questo luogo va oltre la storia, la geografia e le pietre». «Non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici» perché l'identità principale di Gerusalemme è di essere «il luogo dove le fedi sono di casa».
Mette in guardia dall'ossessione di possesso dei siti che «si riflette nel rapporto con la memoria storica» e scrive: «Si tende a voler possedere la narrazione degli eventi, come un territorio da difendere, mettendo continuamente in discussione la narrazione storica dell'altro». Alimentando così una «memoria tossica». Ancor più vale per Gerusalemme, che - scrive il Patriarca - «non appartiene a nessuno in modo esclusivo, ma appartiene a ciascuno perché non è bottino, bensì dono, punto di riferimento comune, un patrimonio dell'umanità». Il discorso del card. Pizzaballa è retto da una prospettiva strategica e di speranza: solo una Gerusalemme che non sia monopolizzata da qualcuno può diventare terra per coltivare il delicato seme della convivenza pacifica.



