Caso Pizzaballa, una minaccia concreta alla libertà di culto

Nella Città Santa i luoghi di culto sono anche depositi di memoria, status giuridico e legittimità storica, ogni restrizione che ne alteri l’accesso assume un significato che oltrepassa la semplice amministrazione dell’emergenza
Il cardinal Pizzaballa - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il cardinal Pizzaballa - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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La Basilica del Santo Sepolcro non è un monumento immobile: riflette insieme la drammaticità della storia di Gerusalemme e il suo significato religioso più profondo, come luogo di fede, memoria e redenzione.

Dedicata nel IV secolo, incendiata dai Persiani di Cosroe II nel 614, devastata sotto il Califfo fatimide al-Hakim nel 1009 e più volte ricostruita, la Chiesa della Resurrezione testimonia che Gerusalemme ha quasi sempre conosciuto la violenza come interruzione della preghiera. Il fatto che l’ostacolo alla celebrazione da parte del Cardinale Pizzaballa non provenga oggi da un assedio né da un combattimento aperto, ma da una decisione burocratica e securitaria, rende l’episodio ancora più rivelatore del tempo presente.

Dal giugno 1967, con la conquista di Gerusalemme Est e della Città Vecchia, la sicurezza esterna e l’ordine pubblico nell’area del Santo Sepolcro dipendono dallo Stato di Israele; sebbene all’interno della Basilica continui a valere lo storico status quo che disciplina i diritti e le prerogative delle diverse comunità cristiane.

La soglia della Basilica segna così l’incontro fra due ordini intrecciati: la continuità liturgica di un santuario condiviso e il controllo effettivo di uno Stato su una parte della città la cui sovranità resta contestata sul piano internazionale. È precisamente dalla tensione tra continuità storica del culto e controllo contemporaneo dello spazio che bisogna prendere le mosse per intendere il significato del caso Pizzaballa. Ufficialmente motivato da ragioni di sicurezza, non è un semplice incidente amministrativo. La sua rilevanza è più profonda, poiché rende improvvisamente visibile con una forza simbolica difficilmente eludibile il logoramento che da tempo attraversa i rapporti fra istituzioni civili israeliane, forze di polizia e comunità cristiane di Gerusalemme.

Un fenomeno che si inscrive nel contesto politico israeliano segnato da nazionalismo crescente, intolleranza normalizzata e maggiore peso dei gruppi estremisti. In questa luce, l’episodio in discussione si sottrae tanto al sensazionalismo quanto alla minimizzazione. Non equivale a una persecuzione formalmente decretata, ma segnala una trasformazione dell’ambiente pubblico che espone la minoranza cristiana a una maggiore vulnerabilità e incrina la fiducia nelle istituzioni.

È manifesto che la sicurezza, in questo caso, non sia una finzione retorica. La Città Vecchia vive da tempo sotto una pressione eccezionale: la guerra regionale in corso ha trasformato i luoghi affollati in obiettivi potenziali, il dedalo di vicoli in fattori di rischio, le grandi celebrazioni in problemi di ordine pubblico. Ma proprio perché il rischio è reale il nodo si sposta altrove: non sull’esistenza del pericolo, bensì sull’uso che di quel pericolo viene fatto.

Se assolutizzata, la securitizzazione tende a trasformarsi in un linguaggio di sovranità. Decidere chi possa accedervi e quale continuità del culto sia tollerabile e quale invece venga sospesa in nome dell’emergenza significa esercitare una prerogativa di controllo simbolico e politico. È a questo livello che la sicurezza cessa di essere una misura contingente e si fa criterio ordinatore dello spazio sacro. E poiché nella Città Santa i luoghi di culto non sono mai soltanto tali, ma anche depositi di memoria, status giuridico e legittimità storica, ogni restrizione che ne alteri l’accesso assume inevitabilmente un significato che oltrepassa la semplice amministrazione dell’emergenza.

La funzione di tutela non ha evitato che negli ultimi anni si sia assistito a un aumento di intimidazioni, aggressioni, vandalismi e atti di umiliazione rivolti contro religiosi, fedeli e proprietà ecclesiastiche. La risposta della polizia è stata percepita come intermittente, reattiva più che preventiva, talora efficace sul piano immediato ma incapace di restituire alla minoranza cristiana la sensazione di essere davvero protetta come componente storica della città. Più in profondità il problema sembra risiedere nell’incapacità, o nella mancanza di volontà, di imporre limiti chiari sia ai gruppi radicali sia agli apparati intermedi della burocrazia che per calcolo politico, inerzia o sottovalutazione, finiscono per produrre effetti cumulativi gravissimi.

È qui che la questione religiosa si traduce in problema geopolitico. Il danno non riguarda soltanto la libertà di culto in senso stretto, ma investe la posizione internazionale di Israele, la sua credibilità morale e la qualità delle sue relazioni con il mondo cristiano. Per decenni il rapporto con le Chiese è stato considerato un elemento relativamente stabile della proiezione internazionale israeliana. Ora quella stabilità appare meno scontata.

Il dossier cristiano sembra avere perduto centralità strategica all’interno dell’apparato statale: non perché sia divenuto il bersaglio prioritario di una politica ostile, ma perché risulta sempre più spesso declassato, affidato a una somma di autorità municipali e apparati di sicurezza che agiscono senza una visione complessiva delle conseguenze simboliche e diplomatiche delle proprie decisioni. A rendere ancora più delicato il quadro vi è poi il raffreddamento del contesto diplomatico con la Santa Sede segnato dalle fratture prodotte dalla guerra di Gaza e da una crescente distanza politica e morale.

Israele ha finito per trasformare una minaccia reale in una dimostrazione sproporzionata di controllo sui luoghi Santi, rivelando quanto, nella Gerusalemme di oggi, la libertà di culto rischi di diventare una prerogativa condizionata dalla logica della sicurezza e della sovranità.

Michele Brunelli - Docente di Storia e Geopolitica dell’Asia contemporanea-UniBg

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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