Opinioni

Il difficile equilibrio di Meloni tra Europa e Trump

L’equilibrismo su cui tagliare la politica estera dell’Italia è un gioco che si fa ogni giorno più difficile, e ormai sembra vicino il momento in cui l’abilità di camminare sulla corda non basterà più
Marco Frittella

Marco Frittella

Editorialista

Giorgia Meloni e Donald Trump - Foto Ansa/Epa © www.giornaledibrescia.it
Giorgia Meloni e Donald Trump - Foto Ansa/Epa © www.giornaledibrescia.it

Il 18 dicembre si riunirà il Consiglio europeo per una sessione che nulla avrà di ordinaria amministrazione: le questioni sul tappeto sono tali e tante da non consentire neanche una previsione sulla conclusione dei lavori. E ne basta uno, degli argomenti, per capirlo: la questione degli asset russi che divide i capi di governo dell’Unione europea. Non si sa se si voterà all’unanimità o a maggioranza, e quindi non si sa se una decisione verrà presa, ma è certo che in quella circostanza molte cose verranno alla luce. Compresa la linea del governo italiano che sta suscitando non poca incertezza tra gli alleati a causa delle divisioni tra i massimi esponenti dei partiti alleati.

La fotografia più nitida l’ha scattata Romano Prodi che ha detto: «A Roma la presidente del Consiglio ha scelto Trump, il vicepresidente sta con Putin e il ministro degli Esteri con l’Europa». Forse è anche per questa ragione che ieri la telefonata con Trump l’hanno fatta in tre, Macron, Merz e Starmer, senza coinvolgere Meloni. E sempre a tre - con Zelensky - si è tenuto il vertice dei «Volenterosi» a Londra con il solo siparietto di una telefonata dall’Italia come dalla Finlandia. Segnali, sensazioni, voci. È vero che Giorgia Meloni «ha scelto Trump» come dice Prodi?

È vero che le dichiarazioni della premier italiana sulla strategia di sicurezza Usa sono state singolarmente positive nonostante in quelle pagine ci fosse il più netto allontanamento americano dall’Unione europea. Ed è vero che Washington guarda in Europa ad alcuni paesi, tra cui l’Italia, come interlocutori privilegiati in un contesto di dissoluzione dell’Unione.

La sostanza di tutti questi indizi è paradossalmente semplice: se Giorgia Meloni si proponeva, alla rielezione di Trump, di costituirsi come «ponte» tra due sponde dell’Atlantico mai così lontane per potere - da una parte - consolidare la propria affinità ideologica e politica con il profeta Maga, e - dall’altra - non perdere l’aggancio strutturale con l’Europa; se insomma questo era l’equilibrismo su cui tagliare la politica estera dell’Italia, è un gioco che si fa ogni giorno più difficile, e ormai sembra vicino il momento in cui l’abilità di camminare sulla corda non basterà più.

Sembra avvicinarsi il momento delle scelte nette, quelle in cui l’Europa dovrà prendere delle decisioni su sé stessa, e questo fatalmente coinvolgerà Giorgia Meloni.

E tuttavia c’è un’altra domanda da farsi. Questa Europa che dovrà decidere su sé stessa alla fine dello storico Patto Atlantico, è costituita da governi deboli, da presidenti semi-sfiduciati, da opinioni pubbliche più a destra dei loro governi, insomma da protagonisti che hanno davanti a loro un percorso residuo più o meno breve. La stabilità invece regna proprio a Roma dove le divisioni tra alleati non scalfiscono il patto di maggioranza che li porterà alle elezioni del 2027 in posizione di forza diversamente da tutti i leader europei oggi in campo. Conclusione provvisoria: quello che oggi appare sempre più difficile, per Giorgia Meloni, potrebbe domani riservare un ruolo ben diverso. Ma: in quale Europa ci ritroveremmo?

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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