Giusto vent’anni fa Federico Rampini pubblicava il suo «Il secolo cinese», evocando in presa diretta, attraverso un viaggio in città come Shanghai, Huangzhou, Hong Kong, le ambizioni imperiali dei «comunisti più ricchi del mondo», di una classe dirigente consapevole di essere erede di una grande civiltà e mossa dall’aspirazione al ritorno del centro di gravità mondiale là dove era stato per interi secoli, in Asia centrale, sino allo sviluppo del colonialismo, della rivoluzione industriale, dell’imperialismo occidentale. Oggi più di un osservatore si pone la domanda se già il prossimo secolo, o addirittura questo, sarà asiatico.

Un interrogativo tutt’altro che campato per aria solo a considerare alcuni indicatori: la potenza economica, la vastità territoriale, una demografia in espansione. Il che non significa che l’Asia debba necessariamente assumere un ruolo di guida a livello planetario, ma non c’è dubbio che il pendolo della potenza oscilli oggi prevalentemente in direzione dell’Oriente.
L’evoluzione della storia è lì a dimostrarlo. Alla fine del secondo conflitto mondiale gli Stati Uniti detenevano oltre il 25% del Pil globale, mentre Cina e India insieme grossomodo il 10%, alle prese come erano con fattori tipici del sottosviluppo quali analfabetismo, scarsa industrializzazione, indigenza, diffusione di malattie, un’economia di sussistenza. Da allora il panorama è profondamente cambiato, così come l’immagine che ci facciamo dell’Oriente, non più riconducibile all’ «orientalismo», la categoria elaborata da Edward Said secondo la quale ai nostri occhi di occidentali Oriente equivarrebbe ad arretratezza, subalternità ed esotismo. Oggi nessuno può negare la «qualità totale» giapponese, la modernizzazione spinta della Corea del Sud, di Singapore, di Taiwan, l’espansione economica e la capacità tecnologica di India, Indonesia e dello stesso Vietnam. Senza contare la Cina per quanto rappresenta in termini di reddito, di crescita, di diffusività della propria presenza praticamente ad ogni latitudine –soprattutto in Africa-, di attrazione di investimenti internazionali. Essi possono contare su stabilità politica, un enorme mercato interno, costi ridotti e controllo della forza lavoro.

Un attento osservatore come Romeo Orlandi si è rifatto a Deng Xiaoping che sosteneva come il nemico fosse il Medioevo e non il capitalismo, spingendo la politica economica cinese a recuperare il divario con l’Occidente e ad affrontare con aggressivo pragmatismo quella che sarebbe stata la globalizzazione, a prescindere da democrazia, da diritti, da istituzioni liberali che, come noto, alle multinazionali ben poco interessano.
La Cina sconta oggi ancora una inferiorità quanto agli Usa rispetto al Pil, ma le distanze si vanno riducendo progressivamente e non sembra lontano il momento del sorpasso che molti economisti ritengono possibile, anzi persino certo. Solo questione di tempo. Questo tuttavia non basta a prefigurare un primato, una supremazia asiatica, il passaggio al secolo asiatico in grado di subentrare al secolo Usa, atteso che nessuno osa parlare di un secolo europeo solo a considerare una Ue ridotta a comparsa e incapace di assurgere a potenza, a polo di gravitazione della politica ed economia mondiale.
L’Asia centrale tuttavia rimane alle prese con stridenti contraddizioni che ne indeboliscono le chanches di affermazione: tradizioni culturali e religiose diverse, persino all’interno di uno stesso Paese – su tutti il caso dell’India –, forme di governo che oscillano dal dispotismo all’autoritarismo alla sperimentazione democratica, economie non solo in competizione, ma alle prese con dinamiche che si frappongono alla possibilità di scalzare la superiorità occidentale, pulsioni identitarie che impediscono quell’apertura indispensabile alla conquista di una egemonia. E ancora: contrapposizioni militari a cominciare dal caso di Taiwan, rivendicazioni territoriali –la Cina rispetto all’area del Pacifico-, conflitti –le due Coree, India e Pakistan, per altro potenze nucleari, Cambogia e Thailandia-, guerre civili –Birmania-, instabilità di Paesi che vedono insurrezioni popolari come nel caso del Bangladesh e dello Sri Lanka. Resta tuttavia che l’Occidente, alle prese con l’uragano Trump e la destabilizzazione dell’atlantismo, è oggi più debole e così pure vede compromessa la pratica negoziale-diplomatica abilitata a contenere le mire e la volontà di potenza asiatica.




