Prevaricazioni autoritarie, il rischio c’è

Uno dei maggiori pericoli per la democrazia è rappresentato dal nazionalismo potenziale fonte di prevaricazioni autoritarie
«La nazione alimenta il motore della storia» - Foto Pixabay
«La nazione alimenta il motore della storia» - Foto Pixabay
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Qualche giorno fa il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ci ha ricordato, parlando di democrazia, che questa non esiste senza la tutela dei diritti fondamentali di libertà. Ha rinviato così il tema che spesso viene trattato in modo astratto, alla vita reale delle persone.

«Al cuore della democrazia ci sono le persone, le relazioni e le comunità a cui esse danno vita, le espressioni civili, sociali, economiche che sono frutto della loro libertà, delle loro aspirazioni, della loro umanità, che rappresentano quel che dà senso allo Stato di diritto e alla democrazia». Se questi sono i valori che dovrebbero ispirare una classe politica democratica, bisogna, per forza di cose, domandarsi quale sia il modo migliore per attuarli.

A questo scopo ci ricorda opportunamente il Presidente che «se in passato la democrazia si è inverata negli Stati (…) oggi, proprio nel continente che degli Stati è stato la culla, si avverte l’esigenza di costruire una solida sovranità europea che integri e conferisca sostanza concreta e non illusoria a quella degli Stati membri», in grado di rafforzare «la sovranità del popolo disegnata dalle nostre Costituzioni ed espressa, a livello delle Istituzioni comunitarie, nel Parlamento europeo».

Senza mai indicarlo esplicitamente, Mattarella ci fa capire che uno dei maggiori pericoli per la democrazia è rappresentato dal nazionalismo potenziale fonte di prevaricazioni autoritarie. Il tema però è scivoloso perché, se deve essere affrontato senza infingimenti, ci costringe a confrontarci con il simbolo stesso della contemporaneità, la nazione che da oltre due secoli, pur assumendo profili e significati diversi, ha saputo trasformarsi in un efficiente strumento in grado dare senso alla vita pubblica della quasi totalità del genere umano.

È nella nazione dunque che va ancora oggi cercato il combustibile che alimenta il motore della storia di gran parte del nostro pianeta. Una storia per nulla lineare poiché le nazioni continuano ad avere caratteristiche proteiformi e sono in grado di adattarsi a criteri diversi e spesso contrapposti.

Ci sono nazioni che si sono date e si danno regimi autoritari, democratici, liberal-democratici che però nella loro diversità si riconoscono e si legittimano a vicenda in quanto, al di là delle differenze politico-ideali, sono accomunate da una cultura dei confini che per quanto definiti su basi differenti (da quelle etniche o culturali a quelle geopolitiche e linguistiche) rappresentano la condivisa e imprescindibile logica identitaria della politica moderna.

Russia e Ucraina, tanto per fare un esempio molto attuale, combattono per difendere un preciso, quanto opposto, status nazionale e da questo punto di vista la nazione e le sue caratteristiche appaiono per entrambi un valore non contrattabile. E se è vero che nazione non ha sempre voluto dire nazionalismo, è anche necessario ammettere come di fatto, soprattutto a partire dalla fine del XIX secolo e, in modo accelerato, con la Prima guerra mondiale, quel binomio negli ultimi anni tende a saldarsi in modo irreversibile.

Fare della nazione una base culturale e politica per politiche nazionaliste rappresenta da sempre la principale prospettiva politica delle forze di Destra, un’operazione che risulta più agevole a seconda della capacità di presentare le fibrillazioni economiche e sociali planetarie come minacce alla propria identità nazionale e presentare quest’ultima come soluzione ai pericoli connessi a quelle fibrillazioni. L’angoscia e l’anomia prodotte da eventi che non si controllano e non si capiscono spingono a immaginare la nazione come il solo scudo disponibile, che delimita un esterno barbaro e minaccioso da un interno comprensibile e rassicurante.

Di questo immaginario, nel Regno Unito, sempre per rimanere nell’attualità, si è avvalsa, la Destra di Farage e una parte consistente dei conservatori, per far credere ai britannici che separandosi dall’Europa, la Gran Bretagna avrebbe recuperato l’antico e ormai perduto primato. Se dal Regno Unito, passiamo ad un altro Paese simbolo, la Francia, culla della tradizione democratica europea, ci dovremmo interrogare come sia possibile che il capo del governo, il liberale Gabriel Attal, abbia concluso il suo discorso agli elettori dopo la competizione elettorale affermando: «noi siamo la Francia e niente resiste al popolo francese».

Nel 2024 siamo ancora lì. Retorica pura, priva di significato se non quello di contendere alla Destra un linguaggio identitario. Dove si nasconde il trucco della favola nazionalista? Se la nazione rappresenta il massimo interesse collettivo, quello che ci dà identità, senso storico e ci protegge, allora in nome della nazione tutto può essere chiesto e a tutto si può rinunciare.

In particolar modo, che è quello che davvero conta per il nazionalismo, sono da ridurre e possibilmente mettere al bando le rivendicazioni e le lotte connesse ai diritti economici, politici e civili. Quello che viene chiesto da Destra è il congelamento o ridimensionamento del conflitto come strumento democratico di ascesa sociale e individuale, conflitto che, regolato all’interno di un sistema costituzionale liberale, rappresenta la vera essenza della democrazia liberale e in un’ultima istanza il perno di una effettiva e matura democrazia.

Fulvio Cammarano - Docente di Storia contemporanea, Università di Bologna

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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