Opinioni

Crescita fiacca, sfiducia e la chimera flessibilità

Questo scenario base risente dei conflitti nel mondo, dei prezzi dell’energia, del calo della fiducia di consumatori ed imprese
Enrico Marelli

Enrico Marelli

Editorialista

Un lavoratore in una fabbrica - © www.giornaledibrescia.it
Un lavoratore in una fabbrica - © www.giornaledibrescia.it

Crescita fiacca, inflazione in salita, conti pubblici precari: questi i principali problemi macroeconomici dell’Italia. La crescita fiacca è confermata dalle previsioni (pubblicate giovedì scorso) della Commissione europea: 0,5% quest'anno e 0,6% il prossimo; quindi, all’ultimo posto tra i paesi Ue. Questo scenario base risente dei conflitti nel mondo, dei prezzi dell’energia, del calo della fiducia di consumatori ed imprese; ma molto elevata è l’incertezza (solo riguardo alla guerra tra Stati Uniti ed Iran si alternano notizie di possibili accordi imminenti ed altre di segno opposto).

L’inflazione sta salendo rapidamente. Già l’ultimo dato Istat (prezzi al consumo) mostra che in aprile era al 2,7% annuo, un bel salto rispetto all’1,7% di marzo. Le previsioni della Commissione sono 3,2% per quest’anno e 1,8% per il prossimo. Tra l’altro, un’inflazione in aumento rende più probabile un rialzo dei tassi della Bce (due aumenti di 25 punti base ciascuno, tra giugno e settembre, sono previsti dagli esperti); anche se diversi economisti e politici suggeriscono di soprassedere, perché questo indebolirebbe ancor più la crescita (prevista quest’anno allo 0,9% per l’intera area euro).

Quanto ai conti pubblici, è noto che il deficit del 2025 è rimasto per un soffio sopra quello richiesto per uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo (3,1% il dato per ora ufficiale). Ora la Commissione prevede per l’Italia un 2,9% quest’anno: risultato certo raggiungibile, ma che vincola le azioni del Governo, in un contesto di guerre e di elevato - forse ancora per molte settimane - prezzo del petrolio (oltretutto questo è un anno pre-elettorale e diversi ministri saranno contrariati per questi vincoli alle capacità di spesa). Sul debito pubblico – che risente di cause più o meno recenti – bisogna stendere un velo pietoso: avremo il più alto debito in rapporto al Pil (139,2%), peggiore di quello greco.

Certamente non ha torto il Governo che insiste nel chiedere una flessibilità sui conti giustificata dal caro-energia, almeno pari a quella concessa per le spese militari (benché il taglio generalizzato delle accise sui carburanti non sia forse lo strumento più consono). Anche in questo caso, però, bisognerebbe costruire alleanze con paesi che manifestano esigenze simili. E più in là tornare alla carica nella richiesta di un maggior ricorso al «debito europeo»: se saranno sempre più paesi a chiederlo, prima o poi la Germania cederà…

Sempre giovedì scorso è uscito anche il Rapporto annuale dell’Istat (qui c’è spazio solo per qualche cenno). Riguardo al mercato del lavoro, i dati sono apparentemente buoni, con una ulteriore espansione occupazionale ed il tasso di disoccupazione su livelli minimi; ma indagando bene si riscontra che la crescita dell’occupazione è concentrata negli «over-50» (ciò che per inciso può anche spiegare in parte l’insoddisfacente dinamica della produttività del lavoro), mentre i tassi di occupazione giovanile sono tra i più bassi a livello europeo.

Inoltre, salari e stipendi continuano ad essere troppo bassi (in termini reali sono ancora inferiori dell’8,6% a quelli del 2019): non meravigliamoci se continua la fuga all'estero di giovani, soprattutto laureati; tutto ciò in un contesto di declino demografico ed invecchiamento della popolazione. E senza dimenticare l’estensione della povertà: ben 11 milioni sono gli italiani a rischio…

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