L’economia europea rallenta, l’inflazione torna a salire e l’Italia resta tra i Paesi più deboli sul fronte della crescita. È il quadro che emerge dalle previsioni economiche di primavera della Commissione europea, che rivedono al ribasso le stime per il 2026 a causa del nuovo shock energetico legato al conflitto in Medio Oriente.
Il rapporto fotografa un’Europa entrata in una fase più difficile rispetto a quella prevista solo pochi mesi fa. La ripresa avrebbe dovuto consolidarsi grazie al calo dell’inflazione, al miglioramento dei salari reali e a una domanda interna più stabile. Il nuovo aumento dei costi energetici ha però cambiato lo scenario: prezzi più alti, fiducia più debole, famiglie più prudenti e imprese meno propense a investire.
I dati
Nell’intera Unione europea il Pil, dopo il +1,5% del 2025, dovrebbe crescere dell’1,1% nel 2026 e dell’1,4% nel 2027. Nell’area euro le stime sono più contenute: +0,9% quest’anno e +1,2% il prossimo. La frenata riguarda quindi tutto il continente, ma non colpisce tutti i Paesi allo stesso modo.
Il nodo principale resta l’energia. L’Europa, importatrice di petrolio e gas, è particolarmente esposta ai rincari. L’effetto si trasferisce alle famiglie, con bollette più alte e minore potere d’acquisto, e alle imprese, con costi maggiori e margini più stretti. Secondo la Commissione, i prezzi delle materie prime energetiche dovrebbero gradualmente calare nel 2027, ma restare comunque circa il 20% sopra i livelli precedenti alla crisi.
In questo scenario l’Italia si muove con passo più lento della media europea. La Commissione prevede per il nostro Paese una crescita del Pil dello 0,5% nel 2026, lo stesso ritmo già registrato nel 2025, e dello 0,6% nel 2027. Sono numeri che confermano una dinamica molto debole: l’economia italiana non arretra, ma fatica a trovare una vera spinta.
A sostenere l’attività saranno ancora gli investimenti legati al Pnrr, ma il loro contributo è destinato ad attenuarsi. La spesa finanziata dal Piano nazionale di ripresa e resilienza resta uno dei principali motori della domanda interna, soprattutto per infrastrutture, digitalizzazione, transizione energetica e opere pubbliche. Con l’avvicinarsi della conclusione del programma europeo, però, la spinta tenderà progressivamente a ridursi.
La fotografia italiana è quindi quella di un Paese che evita la recessione, ma fatica a ripartire. Nel 2025 il Pil era cresciuto dello 0,5%, grazie alla domanda interna, all’occupazione e agli investimenti, mentre la domanda estera aveva frenato. Ora il nuovo contesto internazionale rischia di colpire tutte le componenti della crescita: consumi, investimenti e commercio estero.
La spesa
I consumi privati sono frenati dalla perdita di potere d’acquisto. Dopo una fase in cui l’aumento dell’occupazione e il rinnovo di alcuni contratti avevano sostenuto il reddito disponibile delle famiglie, il ritorno dell’inflazione rischia di ridurre nuovamente la capacità di spesa. Le famiglie, davanti a prezzi più alti e a uno scenario incerto, tendono a rinviare gli acquisti non essenziali.
Anche gli investimenti privati risentono del nuovo clima. I costi energetici più elevati, la domanda estera debole e condizioni finanziarie ancora selettive riducono la propensione delle imprese ad avviare nuovi progetti. Il commercio estero resta un altro punto critico: le esportazioni nette continuano a pesare negativamente sulla crescita, soprattutto per le difficoltà dell’export di beni.
Il confronto con le altre grandi economie europee conferma la debolezza italiana. Nel 2026 la Germania dovrebbe crescere dello 0,4%, la Francia dello 0,6% e la Spagna dell’1,9%. L’Italia, con il suo +0,5%, si colloca vicino a Berlino e Parigi, ma molto lontana da Madrid. Nel 2027 il divario si allarga: la crescita italiana è prevista allo 0,6%, contro l’1,2% della Germania, l’1,3% della Francia e il 2% della Spagna.
Anche l’inflazione torna al centro della scena. Per l’Italia la Commissione stima un aumento dei prezzi del 3,2% nel 2026, quasi il doppio rispetto all’1,7% del 2025. Il rialzo è legato soprattutto all’energia, ma dovrebbe trasmettersi rapidamente anche ad altri beni e servizi. Nel 2027 l’inflazione è attesa in calo all’1,8%, pur con alimentari e servizi ancora su livelli elevati.
Lavoro
Sul lavoro il quadro resta in chiaroscuro. L’occupazione dovrebbe crescere poco nel biennio 2026-2027, mentre il tasso di disoccupazione è atteso in calo al 5,7%. Il dato va però letto anche alla luce della diminuzione della popolazione in età lavorativa: il calo della disoccupazione non segnala soltanto un’economia più forte, ma anche una platea più ridotta di lavoratori potenziali.
I salari continueranno ad aumentare, ma sotto il 3%, senza compensare del tutto le nuove pressioni inflazionistiche. Se le retribuzioni crescono meno dei prezzi, il recupero del potere d’acquisto resta parziale. E senza una crescita più robusta dei redditi reali, i consumi difficilmente potranno diventare il motore principale della ripresa.
Konflikts Tuvajos Austrumos ir izraisījis būtisku enerģijas cenu kāpumu, kas negatīvi ietekmē 🇱🇻 Latvijas un visas 🇪🇺 ES ekonomiku. Tādēļ šogad sagaidāma lēnāka izaugsme un augstāka inflācija.
— Valdis Dombrovskis (@VDombrovskis) May 21, 2026
➡️ Plašāk par Eiropas Komisijas 2026. g. pavasara ekonomikas prognozi – video.… pic.twitter.com/NRsipG5XeU
Il dato migliore arriva dal deficit. Dopo il 3,1% del Pil nel 2025, Bruxelles prevede per l’Italia un disavanzo al 2,9% sia nel 2026 sia nel 2027. Il rientro sotto la soglia del 3% rappresenta un passaggio rilevante per i conti pubblici, soprattutto nel quadro delle nuove regole europee di bilancio. Ma la stabilità prevista per il 2027 si basa su uno scenario a politiche invariate, quindi eventuali nuove misure non coperte potrebbero modificare il quadro.
Il punto più delicato resta il debito. Il rapporto tra debito e Pil italiano, già al 137,1% nel 2025, è atteso al 138,5% nel 2026 e al 139,2% nel 2027. L’aumento è legato alla crescita debole, alla spesa per interessi e agli effetti contabili dei crediti fiscali per le ristrutturazioni edilizie degli anni scorsi. In un contesto di Pil quasi fermo, ridurre il peso del debito diventa più difficile anche con un deficit sotto controllo.
Una dura prova
Con questi numeri l’Italia si colloca nella parte bassa della classifica europea per crescita attesa, pur mostrando un miglioramento sul fronte del deficit. Il nodo resta la combinazione tra debito elevato e Pil debole: due elementi che riducono gli spazi di manovra della politica economica e rendono più difficile affrontare eventuali nuovi shock esterni.
Per Bruxelles, dunque, la sfida italiana non è solo congiunturale. Lo shock energetico colpisce tutta l’Europa, ma nel caso dell’Italia si somma a problemi strutturali già noti: bassa produttività, alto debito, crescita debole, invecchiamento della popolazione e dipendenza dagli investimenti pubblici legati al Pnrr.
Il 2027 sarà l’anno della prova. L’Italia dovrà affrontare una fase con meno sostegno europeo, meno margini di bilancio e una crescita ancora troppo bassa. La ripresa potrà consolidarsi solo se i prezzi dell’energia torneranno a scendere, il commercio globale si normalizzerà e gli investimenti riusciranno a trasformarsi in maggiore produttività. Altrimenti il Paese resterà esposto al rischio di una lunga stagnazione.




