Opinioni

Fisco, è ora di andare oltre la retorica del «meno tasse»

Il tema fiscale è tra i più efficaci strumenti di propaganda politica, soprattutto quando si avvicinano le elezioni
Mario Mazzoleni

Mario Mazzoleni

Editorialista

Giancarlo Giorgetti
Giancarlo Giorgetti

Quando si avvicinano le elezioni, rispunta uno tra i più efficaci strumenti di propaganda politica, il tema fiscale. Da decenni ormai, partendo dai mitici super manifesti del «meno tasse per tutti» sembra che tra i temi efficaci per drenare voti, il fisco sia un sempre verde (anche perché i risultati sull’immigrazione non sembrano molto a favore di chi aveva fatto di questo argomento un’altra bandiera elettorale).

La pressione fiscale in Italia è una delle maggiori d’Europa, anche perché il Paese non cresce e quindi la base da cui prelevare rimane sostanzialmente stabile. Base che oltretutto è legata ai redditi da lavoro, quindi in crescita numericamente, ma poco dal punto di vista del contributo complessivo (gli altri redditi invece continuano a sfuggire agli occhi dello Stato). Scenario a cui si aggiunge l’effetto inflazione sui redditi (il cosiddetto Fisto drag) peggiorando ulteriormente il quadro. Negli ultimi 10 anni il trend del peso del Fisco sulla ricchezza generata è stato a lungo intorno al 42%, con punte inferiori nel 2018 e del 2021 e superiori nel 2017 e 2019. Il governo Meloni sta stabilendo il poco gratificante record di averlo incrementato dal 42,5% al 43,1% dello scorso anno che rappresenta il record dell’ultimo decennio. Così «il meno tasse per qualcuno» (il ceto medio) rimane un cavallo di battaglia facilmente evocabile.

Affrontare in questo modo il tema fiscale può avere una sua ragione di breve periodo dal punto di vista elettorale sempre che gli elettori, prima o poi, non si stanchino di votare promesse e di pagare scelte che vanno in senso opposto. Se ogni promessa rimane un debito è bene sottolineare che il debito pubblico è tornato a galoppare raggiungendo il 137,1% del Pil (se si esclude il periodo della pandemia, siamo anche in questo caso a parametri record nell’ultimo decennio).

Un altro tema che viene toccato in queste fasi pre elezioni è quello della patrimoniale. Al di là del principio sufficientemente vicino ai principi costituzionali ciò che non riesce ad essere accettato è il fatto che lo Stato penalizzi ulteriormente le ricchezze accumulate (si immagina avendo già pagato le tasse). Si dice che chi arricchisce, se paga le tasse sia già ampiamente «vessato» dallo Stato. È vero, rimane sempre il dubbio sul quanto delle ricchezze accumulate sia stato effettivamente sottoposto al Fisco, ma questo è un altro tema (argomento che vede all’opera da anni studi di ricerca che stimano in svariate centinaia di miliardi il patrimonio accumulato essendo sfuggito al fisco).

Purtroppo, l’utilizzo elettoralistico di questi argomenti rende miopi politici e cittadini. Il combinato disposto tra esplosione del debito pubblico, e crescita della pressione fiscale dovrebbe spingersi a spostare di lato il punto di osservazione. Per dare energie al Paese occorrono risorse efficientemente utilizzate, dove l’efficienza dovrebbe essere misurata nell’entrate (evasione fiscale) e nelle uscite (sprechi e reiterate sovrastrutture burocratiche inutili se non dannose etc). Un progetto politico serio dovrebbe pianificare nel tempo un percorso orientato all’efficienza con un patto onesto da sottoscrivere con i cittadini che non illuda gli stessi di potere miracolosamente trovare risorse senza andarle a cercare se non dove queste sono (sicuramente evasione fiscale, ma oggettivamente, prima che con una generica misura patrimoniale, con la volontà di fare emergere questi svariati centinaia di milioni di patrimoni invisibili al fisco).

Un taglio delle tasse generico per alcuni e una patrimoniale per altri, rimane iniquo e inutile. Iniquo perché sul fronte taglio tende a privilegiare alcuni (un velato richiamo alle tanto studiate classi del vecchio Marx) e dall’altro perché è, assolutamente evidente, che una patrimoniale tasserebbe prevalentemente la «classe» dei ricchi che le tasse la ha pagate premiando (ancora) quei «ricchi» che lo sono diventati anche non passando attraverso le forche caudine del fisco. Tassare o non tassare o, peggio, affermare di non tassare e lasciare che la pressione fiscale divori i redditi dei cittadini onesti non può più essere una politica accettabile. La coperta è corta e ora persino aggredita dal tarlo dell’inflazione.

Il 13 maggio 1940 alla camera dei comuni Churchill fu esplicito di fronte alla crisi legata alla guerra «non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore» nel nostro caso la politica non dovrebbe offrirci scenari di sangue e di lacrime, ma nemmeno ideali e panacee. Ci serve l’impegno a scardinare inefficienze, sprechi, lungaggini, favoritismi, anche a costo di sacrifici e importanti di cambi di passo (e di persone). In questo contesto però anche gli elettori dovrebbero farsi carico di rigettare al mittente ricette demagogiche e inutili da entrambi i fronti politici provengano.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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