Cer, l’energia comunitaria tra innovazione e sfide del futuro

Le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) rappresentano un possibile strumento per poter combattere il cambiamento climatico attraverso una crescita economica sostenibile, guidata dalla transizione energetica. Per poterne comprendere luci ed ombre, è opportuno studiare il quadro più ampio. Dal punto di vista macro, la strategia europea pone come obiettivo una graduale riduzione delle emissioni, fino a raggiungere la produzione netta nulla (Net Zero Emission) nel 2050. Tutto ciò impone un «cambio di passo» accelerando la sostituzione tra fonti fossili e rinnovabili: la cosiddetta «transizione energetica». Come farlo? Le CER disegnano una delle possibili strade.
Il Gestore dei Servizi Energetici (GSE) definisce la CER come «un insieme di cittadini, piccole e medie imprese, enti territoriali e autorità locali, che condividono l’energia elettrica rinnovabile prodotta da impianti nella disponibilità di uno o più soggetti associatisi alla comunità. In una CER l’energia elettrica rinnovabile può essere condivisa tra i diversi soggetti produttori e consumatori, localizzati all’interno di un medesimo perimetro geografico, grazie all’impiego della rete nazionale di distribuzione di energia elettrica, che rende possibile la condivisione virtuale di tale energia». La CER è quindi integrata alla rete elettrica nazionale. Quest’ultima è normalmente gestita a livello centralizzato: è come un acquedotto, come per esempio l’Aqua Virgo romano che alimenta la Fontana di Trevi, caratterizzato da alcune fonti spesso lontane, una grande condotta ed alcune diramazioni che distribuiscono la risorsa a tutti.
Per sua natura una buona parte della distribuzione ha una struttura economica da monopolio naturale, dovuta agli ingenti costi per la costruzione della rete. La centralizzazione ha alcune implicazioni: una volta che l’acqua/l’energia elettrica è nella rete, non si è in grado di distinguerla fisicamente in relazione alla sua provenienza; e, inoltre, se l’acqua scarseggia o i prezzi salgono, gli utenti finali devono tutti dipendere dal «grande acquedotto». Le CER, per loro natura, modificano il sistema di gestione degli scambi energetici ed introducono una maggiore flessibilità nel sistema. Come se molti cittadini costituissero pozzi locali e si aggregassero per condividere l’acqua: una volta consumata la quantità di cui ciascuno necessita, la parte eccedente può essere immessa nell’acquedotto affinché altri ne possano beneficiare. Ciò implica che le CER possono essere autonome rispetto al «grande acquedotto»?
Teoricamente si, ma sotto certe condizioni; in pratica no. Il sistema elettrico è infatti un sistema a rete che deve mantenere un bilanciamento costante tra la quantità di energia immessa e prelevata in ciascun nodo. Le CER introducono flessibilità sul lato della domanda (con l’autoconsumo) ma introducono un comportamento ondivago sul lato della offerta. Infatti da un lato le CER utilizzano più fonti di produzione e quindi aumentano la variabilità ed anche la quantità di produzione, dall’altro si basano su risorse che sono intrinsecamente poco flessibili: il sole produce solo in alcune fasce orarie, l’eolico invece produce in maniera altamente intermittente. Le CER possono quindi generare picchi che vanno controllati e gestiti, attraverso la integrazione con il «grande acquedotto».
E tutto ciò ha effetti sui prezzi che si riducono quando si ha un eccesso di offerta ma che possono aumentare notevolmente quando si ha un picco di domanda non coperto dalle rinnovabili. Oltre a ciò l’eccesso di offerta può generare instabilità nella gestione della rete, causando costi ed inefficienze. Per ovviare a ciò servono investimenti: di potenziamento della rete, per evitare black-out e nelle batterie, per migliorare la gestione interna delle CER. Nel complesso però le CER implicano anche numerosi benefici: favoriscono lo sviluppo degli impianti rinnovabili e, nel contempo, fanno in modo che il consumatore abbia una maggiore consapevolezza dei propri consumi, dato che controlla i propri flussi e gli scambi energetici. Nel contempo gli investimenti nelle CER sono risorse che rimangono maggiormente nella comunità, alimentando la economia locale. La produzione distribuita evita inoltre grandi infrastrutture impattanti.
La struttura della comunità, inoltre, può promuovere la collaborazione, il senso di appartenenza, ed inclusione, favorendo l’aspetto sociale della sostenibilità, talvolta anche aiutando a ridurre la povertà energetica. In chiaroscuro, invece l’aspetto relativo alla informazione. Gestire una CER implica anche conoscere consumi e produzione degli utenti, significa cioè avere informazioni sul profilo degli agenti. Tutto ciò ha un valore. Come può essere tutelato e gestito questo valore? Su questo tema il dibattito è aperto ma in ogni caso le CER sono una realtà ormai diffusa in molti Paesi del Nord Europa e si stanno rapidamente diffondendo, anche grazie ad incentivi economici, a livello europeo ed italiano. Secondo la guida ENEA, per il 2050 si stima che 264 milioni di cittadini dell’Unione Europea si uniranno al mercato dell’energia come prosumer, generando fino al 45% dell’elettricità rinnovabile complessiva.
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