Italia semplice. Magari. «Italia semplice» è la piattaforma che il Dipartimento della funzione pubblica ha aperto ormai da quasi un anno per «supportare e valorizzare le iniziative di semplificazione e digitalizzazione della pubblica amministrazione». E che in questo mese registra l’entrata in vigore di molte novità. È una piattaforma web «ideata per raccontare ciò che si sta realizzando per facilitare l’accesso ai servizi pubblici», almeno così afferma la pagina di presentazione.
Ecco il punto: raccontare. Perché è davvero necessario dire, spiegare, illustrare un cammino che, almeno per l’opinione pubblica, continua ad andare nella direzione opposta. Che l’Italia abbia un problema costante e pesante con il proprio apparato burocratico, fra una matassa ingarbugliata di norme, lo hanno detto a chiare lettere gli imprenditori e i manager nell’ultimo Forum Ambrosetti di Cernobbio. Non è una novità: industria e finanza da sempre guardano con fastidio a quelli che un tempo venivano definiti «lacci e lacciuoli».
Che lo ribadiscano oggi dimostra che non hanno grandi aspettative dall’operazione semplificatoria legata alla «missione» del Pnrr. La burocrazia è anche tra le cause principali che hanno spinto i giovani più intraprendenti ad andarsene dall’Italia. Almeno così ha registrato il Cnel, Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, nel suo sondaggio fra i giovani che hanno cercato sbocchi professionali all’estero.
Molti di loro pongono gli eccessi di burocrazia accanto all’incertezza occupazionale, agli stipendi bassi e al clientelismo, come ragione dell’espatrio. Eppure, dal 2020 ad oggi, per molti settori, le pratiche burocratiche sono state semplificate: ben 460 sono le procedure eliminate, mentre 600 sono quelle che vengono snellite. Perché resiste un giudizio negativo diffuso?
La tradizione oppressiva e soffocante della burocrazia in Italia è lunga e persistente, una storia così marcata non è facilmente cancellabile. L’Unione europea ha misurato il livello di soddisfazione dei cittadini rispetto alle prestazioni e ai servizi delle rispettive pubbliche amministrazioni: la media Ocse di gradimento sta sul 66%, mentre in Italia scende al 48,3%.
Almeno un italiano su tre è convinto che la burocrazia gli domandi spesso dati che ha già in suo possesso ed è convinto della natura obsoleta e inutile dell’adempimento che gli viene richiesto. Non ha torto chi la pensa così. Dalla culla alla tomba il cittadino italiano deve ottenere o produrre certificati con tanto di marca da bollo. Già alla nascita diventano necessarie, accanto all’iscrizione all’anagrafe, le richieste di tessera sanitaria, codice fiscale, assegnazione di un pediatra… Pratiche diverse e tutte prevedibili per un solo evento, la venuta al mondo d’un nuovo cittadino.
L’operazione di semplificazione avviata con i fondi del Pnrr punta quasi tutte le sue carte sulla digitalizzazione delle pratiche, che attraverso il dialogo fra le varie banche dati evita (eviterebbe) duplicati, agevolando i tempi. Non è tuttavia scontato. Sempre secondo i dati dell’Unione europea, tra i cittadini che hanno dai 14 ai 74 anni, l’uso di applicazioni della pubblica amministrazione in Italia è fatto dal 57,7%, quota non scarsa, ma nettamente inferiore alla media europea che è del 71,9%.
Le ragioni del divario solo in parte sono dovute alle difficoltà delle generazioni più anziane ad usare strumenti tecnologici, perché la stessa rilevazione della Ue registra come l’aiuto agli utenti venga stimato positivo in media dal 90% degli europei, ma solo dal 70% degli italiani. Nell’opinione diffusa, dalle nostre parti, è che al cittadino la burocrazia offra scarsa assistenza e proprio da questo derivi anche la sensazione di scarsa trasparenza.
Non è una sensazione che si prova solo di fronte alla burocrazia statale, anzi, gli enti centrali sono meno complicati di quelli locali. I Comuni, in particolare, sono labirinti burocratici: per molte procedure ogni municipio fa a modo suo. Per non parlare delle imposte: l’Osservatorio dei conti pubblici istituito dall’Università cattolica, ha registrato che a livello comunale nel 2020 c’erano 120 tipi di adempimenti richiesti, nel 2026 sono saliti a 140. Un capitolo a parte, infine, meriterebbero i tempi di attesa e la certezza degli esiti.
Proprio questa fumosa galassia burocratica rende interessante l’operazione di semplificazione in atto. Almeno nelle intenzioni, questa coglie nel segno: sempre sulla piattaforma «Italia semplice», che promette di tenere sotto controllo l’andamento della riforma, si dice infatti che la semplificazione non deve portare solo ad una diminuzione di atti e passaggi burocratici, a risposte più rapide e ad una maggiore certezza nei risultati, ma innanzitutto a far comprendere al cittadino perché e quanto le pratiche richieste sono utili.




