«Italia né isolata né complice», il difficile equilibrio di Meloni

Giorgia Meloni non si sente «né isolata in Europa, né complice di Trump e Netanyahu né colpevole delle conseguenze economiche della guerra in Medio Oriente». Lo dice in Parlamento per rintuzzare le accuse delle opposizioni alle quali pure offre un canale di dialogo, un tavolo a Palazzo Chigi per seguire l’andamento degli eventi bellici.
Non solo, risponde alla richiesta della sinistra di non concedere in alcun caso l’uso delle basi americane sul nostro territorio offrendo la disponibilità di sottoporre la decisione, qualora arrivasse una richiesta dagli USA, alla volontà parlamentare. Siamo alla tattica, naturalmente, senza alcuna conseguenza pratica, e tuttavia sono gesti di distensione che Meloni sente il bisogno di fare in un momento tanto difficile, pericoloso per tutti, e oltretutto alla vigilia di un referendum sui magistrati oltremodo combattuto.
Tuttavia a questa apertura della presidente del Consiglio le opposizioni si presentano come quasi sempre in formato plurale: sono state presentate infatti al Senato quattro risoluzioni diverse tra loro di cui tra l’altro una – quella di Renzi, Casini, Calenda e Magi – era largamente collimante con il documento presentato dal centrodestra. L’opposizione costantemente divisa è, per definizione, inconcludente.
Sono intervenuto in Senato cercando di volare alto dopo l’intervento di Giorgia Meloni. In replica ho dimostrato che le accise sono state aumentate, non allineate. Che ne pensate? https://t.co/z2vRSDLkGV
— Matteo Renzi (@matteorenzi) March 11, 2026
Quando Meloni dice di non sentirsi «né isolata né complice» mette sul tavolo la sua posizione di difficilissimo equilibrismo tra Trump, da una parte, e gli europei dall’altra. Al primo ha mandato a dire: «non condivido ma non condanno un’azione al di fuori del diritto internazionale»; agli altri ha manifestato la disponibilità a partecipare al coordinamento del cosiddetto gruppo E3 (Regno Unito, Francia, Germania) facendolo diventare E4, una cosa che finora non era avvenuta per volontà dell’Italia e non per esclusione. Tanto è vero che l’invio delle navi verso Cipro, la frontiera UE più esposta ai missili degli ayatollah, è stato deciso coordinandosi con gli altri tre partner.

«Siamo al crocevia di tutti i coordinamenti internazionali» ha ripetuto la premier, un po’ anche per rassicurare se stessa che deve pilotare la barca del governo evitando scogli e marosi e badando a non arenarsi o, peggio, a schiantarsi. Un’impresa improba cui tuttavia è obbligata dalle sue fedeltà politiche (verso Trump e la dottrina Maga) e dalle convenienze e obblighi continentali. E quindi resta senza risposta l’esortazione di Carlo Calenda che le ha detto: deve scegliere, o sta con Trump e Orban o sta con i maggiori paesi europei.
Tanto è rimasta senza risposta che Meloni ha ribadito di essere contraria a superare la regola UE delle decisioni all’unanimità che offre proprio a ungheresi e slovacchi, ossia al partito filorusso, il potere di veto che, da ultimo, sta ostacolando l’avvio dell’ennesimo pacchetto di sostegno all’Ucraina. Quando Meloni si convincerà, se mai lo farà, che per far funzionare l’Europa bisogna decidere a maggioranza, quello sì che sarà un passo significativo della destra italiana che potrà guardare alle teorie sovraniste come a qualcosa del passato. Ma non è certo una decisione all’ordine del giorno: questo per Meloni è ancora il momento, come direbbero i velisti, della «manovra del rifugio» in attesa di venti migliori.
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