Gli effetti Putin e Trump si infiltrano sempre più nelle politiche fiscali dei paesi membri dell’Ue. Ne sono ultimo esempio le Previsioni economiche di primavera, fresche di rilascio dalla Commissione europea. Un buon indicatore di questa crescente apprensione è la frequenza della parola «difesa», riferita alla spesa pubblica destinata a garantire la nostra sicurezza a fronte di minacce esterne. Il termine è ripetuto per 74 volte.
Retrocedendo, nel 2019 lo troviamo una sola volta, per l’esattezza un riferimento del tutto marginale al bilancio svedese. Ancora nel 2021 appariva inchiodato all’unità, quella volta il paese in questione era l’Estonia. Tuttavia, il seguente anno, già appariva 15 volte, Erano i primi segnali dell’effetto Putin. Successivamente si è aggiunto quello Trump, con le sue avvisaglie di disimpegno dalla Nato. Da ultimo il ritiro di truppe Usa di stanza in una regione calda come quella polacca.
Le conseguenze stanno facendosi sentire sulle pubbliche finanze. A livello Ue, come riferito su queste pagine, le spese per la difesa giungeranno al 2 per cento del Pil nel 2027, in rialzo dall’1,6 dello scorso anno.
Nel documento della Commissione, tali impegni costituiscono, di fatto, l’unica voce di spesa pubblica esplicitamente indicata, mentre gli altri fattori del deterioramento dei conti – per il disavanzo pubblico aggregato è prevista una crescita sino al 3,6 del Pil nel 2027 – sono rappresentati dal rallentamento dell’attività economica, dall’aumento dei tassi d’interesse e dai sussidi concessi per il rincaro dell’energia.

Sempre a livello Ue, lo spazio fiscale è oggi piuttosto ridotto. Scontiamo ancora (ne sappiamo qualcosa) le conseguenze delle misure adottate per fronteggiare la pandemia. Tuttavia, «al contempo, i bilanci pubblici si trovano ad affrontare crescenti esigenze legate alla difesa». Lo scorso anno gli Stati membri si sono impegnati a sostenere, nel medio e lungo periodo, spese più elevate. Ciò comporterà, nonostante la flessibilità della clausola di salvaguardia nazionale basata sull’aumento delle spese per la difesa, ulteriori aggiustamenti fiscali nel medio periodo.
Ancora leggiamo: «I maggiori investimenti nella difesa rappresentano una quota significativa dell’aumento di quelli pubblici totali». In effetti tra il 2019 e il 2027 (previsione) la crescita della loro incidenza sul Pil Ue è sostenuta quasi esclusivamente da quelli nella difesa.
Veniamo ai singoli paesi. In Germania si prevede un deficit in aumento tra il 2025 e il 2027 dal 3,7 al 4 per cento, a causa dell’incremento della spesa per la difesa, insomma, una crescita trainata da queste, oltreché dal Pnrr.
È nel gruppo baltico-polacco-scandinavo, il più esposto alle minacce russe, dove si registrano i maggiori incrementi di tali spese. In Estonia il 5 per cento del Pil. In Lituania si prevede un forte aumento delle spese per la difesa. In Polonia il debito pubblico è destinato ad aumentare al 68,3 per cento del Pil (beati loro) nel 2027, principalmente a causa degli investimenti nella difesa. In Svezia, per tornarvi sopra, gli investimenti pubblici nella difesa appaiono destinati a rappresentare «la componente più dinamica della formazione lorda di capitale fisso». In Finlandia l’aumento della domanda di apparecchiature per la difesa spingerà la crescita delle importazioni oltre quella delle esportazioni nel 2026.
Da par suo la Francia si propone come esportatrice di prodotti per la difesa, l’export «contribuirà per lo 0,2 alla crescita del Pil nel 2026, trainato dalle esportazioni del settore aeronautico e della difesa».
E da noi? Nell’analisi della Commissione dei nostri problemi di finanza pubblica non vi è menzione delle spese per la difesa. Dai dati Istat si ricava un peso percentuale sul Pil di uno scarso 1,4 nel 2025 Non siamo ultimi in Europa solo nella crescita. Né Putin né Trump ci smuovono.




