Opinioni

Italia disarmata tra crisi e vincoli di bilancio

Il Golfo Persico ha purtroppo evidenziato (dichiarazioni di intenti a parte) lo scarso peso del Vecchio Continente. E l’Italia ha vieppiù confermato la storica riluttanza all’impiego dello strumento militare come mezzo di politica estera
Massimo Cortesi

Massimo Cortesi

Editorialista

Soldati dell'Esercito italiano durante un'esercitazione - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Soldati dell'Esercito italiano durante un'esercitazione - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Tra le conseguenze dello sforamento della soglia del 3% nel rapporto tra Deficit e Pil in cui l’Italia incorre, pur se per lo 0,1% (circa 600 milioni, mentre Bruxelles ci chiede 13 miliardi in prestito all’Ucraina…), c’è l’impossibilità di accedere alla clausola di salvaguardia del programma Rearm Europe/Readiness 2030 che consente aumenti di spesa per la Difesa sino all’1,5% per quattro anni.

Con la clausola di salvaguardia (secondo il Documento programmatico di finanza pubblica dello scorso autunno) l’Italia prevedeva di aumentare nel 2026 le spese della Difesa dello 0,15% (3,4 miliardi). Dovrebbe invece contare, sempre che si presenti la domanda entro il 31 maggio, solo sui prestiti del fondo Safe (Security action for Europe) che, pur a tassi favorevolissimi, sempre prestiti sono e van restituiti: fondi che però finanziano solo grandi programmi già in corso.

Se non potremo usare questo fondo per la nostra Difesa saranno guai, perché nel 2026 il Governo, proprio contando sul Safe, non ha rifinanziato il «Fondo per l’attuazione dei programmi di investimento pluriennale» che dal 2016 (Governo Renzi), ampliato nel 2020 (Governo Conte, oggi uno dei più aspri critici delle spese per la Difesa), ha garantito a una serie di programmi una media annuale di 5-6 miliardi.

Il rischio, proprio in uno dei momenti più instabili del secondo dopoguerra, è dover rivedere le pianificazioni e lasciare molte di quelle che sono vere e proprie priorità in un cassetto. Un vulnus assai più grave di quel che si possa pensare, perché ormai da decenni la base di partenza della nostra Difesa è deficitaria in troppi settori.

Impietoso il paragone con Parigi, la cui Legge di programmazione militare aggiunge 36 miliardi in dieci anni al bilancio della Difesa per giungere al 2,5% del Pil entro il 2030 (l’Italia resta all’1,6 reale, pur avendo «raggiunto» il 2% con artifici quali conteggio di pensioni, missioni all’estero, Guardia costiera ecc.).

Camp Sinagra, a Erbil, la base italiana dove si addestrano i curdi - Foto Ansa/Domenico Palese © www.giornaledibrescia.it
Camp Sinagra, a Erbil, la base italiana dove si addestrano i curdi - Foto Ansa/Domenico Palese © www.giornaledibrescia.it

Tra il 2017 e il 2027 il budget francese raddoppierà: tra le altre cose ciò consentirà di portare le batterie di missili antiaerei SampT/NG da 10 a 12, più 10 di missili MICA a medio raggio (saranno 15 entro il 2035), 7 sistemi di cannoni Rapid Fire anti drone per le basi aeronautiche, 36 blindati Serval anti drone (48 nel 2035), altri 24 con missili a corto raggio Mistral 3 e 50 auto cannoni da 20 mm Proteus aggiornati. «Lista della spesa» figlia della guerra in Ucraina e di quella in Iran, dove droni e missili han messo a dura prova persino gli Usa.

Il Golfo Persico ha purtroppo evidenziato (dichiarazioni di intenti a parte) lo scarso peso del Vecchio Continente. E l’Italia ha vieppiù confermato la storica riluttanza all’impiego dello strumento militare come mezzo di politica estera: agli attacchi alle nostre basi in Iraq e Kuwait è seguito il ripiegamento delle nostre pur valide forze, di cui tutti han chiesto lo spostamento al sicuro attendendo tempi migliori per «mostrare bandiera».

Il Kuwait, con cui abbiamo in essere contratti per miliardi, è stato colpito più volte e sulla base Alì Al Salem sono stati danneggiati due nostri caccia Eurofighter e distrutto un costoso drone MQ-9 Reaper. Sino al 2024 la base era difesa da una nostra batteria antiaerea Samp/T, ritirata però per impiegarla altrove, semplicemente perché ne abbiamo poche (solo cinque). Comunque a difesa di Kuwait e basi dove operiamo da lustri non abbiamo sparato un colpo.

La Francia ha inviato in Giordania e Uae ben trenta caccia Rafale che in un mese han lanciato 80 (costosi) missili Mica abbattendo droni iraniani a dozzine. Londra ha schierato caccia Typhoon, F35, missili contraerei e sistemi anti drone (ampiamente sperimentati in Ucraina) in tutto il Golfo abbattendo droni in serie, sino a 14 in un giorno (solo a marzo i suoi Typhoon hanno volato 1.200 ore).

Impiegare lo strumento militare in situazioni internazionali di crisi richiederebbe ai Governi decisioni e attuazioni conseguenti in tempi rapidi, anche a fronte di manifestazioni di dissenso (che, peraltro, in tema di politica estera in altri Paesi si registrano raramente). Ne va di credibilità, capacità di influenza e interesse nazionale, in primo luogo in campo energetico (traducibile in benessere). L’Italia, more solito, gioca di sponda e mentre manda la Marina in complesse esercitazioni aeronavali in Giappone e Australia, nel «Mediterraneo allargato» (Libia docet) non tira neppure un petardo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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