Opinioni

Bce e Commissione, la ricetta per un’Europa che non cresce

La Banca centrale europea ha alzato giovedì scorso i tassi d’interesse di riferimento di 25 punti base
Enrico Marelli

Enrico Marelli

Editorialista

La presidente della Bce Christine Lagarde - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La presidente della Bce Christine Lagarde - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Una banca centrale più dura ed una Commissione più accomodante? Non è proprio così, ma vediamo quali sono state le loro recenti decisioni. La Banca centrale europea ha alzato giovedì scorso i tassi d’interesse di riferimento di 25 punti base: l’ultimo aumento risale al settembre 2023, poi ci furono otto riduzioni consecutive e dal giugno dell’anno scorso una stazionarietà (con il tasso sui depositi al 2%).

Il motivo della decisione è il rialzo dell’inflazione, che nello scenario base (della stessa Bce) è prevista per l’area euro al 3% quest’anno e che tornerebbe al 2% solo tra due anni. Decisione presa nonostante il rallentamento della crescita economica, prevista allo 0,8% quest’anno, poi in lieve risalita (fino al 1,5% nel 2028).

I critici della manovra della Bce (tra cui alcuni membri del nostro governo) sostengono che così facendo la banca centrale ha dato più importanza al rialzo dell’inflazione piuttosto che al rallentamento del Pil (anche se nella conferenza stampa la presidente Lagarde ha dichiarato che la manovra è stata decisa all’unanimità). In parte la scelta può dipendere dal fatto che nelle recentissime proiezioni macroeconomiche per l’area euro ci sono scenari alternativi, più preoccupanti rispetto a quello base, in funzione di diversi gradi di intensità dello shock energetico; peraltro, nello scenario peggiore – quello “severo” – l’effetto si avrebbe più sull’inflazione che non sulla crescita reale. Inoltre, è probabile che la Bce abbia voluto premunirsi rispetto ad accuse simili a quelle rivoltele quattro anni fa, quando essa iniziò ad aumentare tardivamente i tassi d’interesse, solo dal luglio 2022 (quando il tasso sui depositi era ancora pari a zero, seguito da nove aumenti consecutivi fino appunto al settembre 2023), mentre l’inflazione era già in aumento da un anno. Molti si ricorderanno che nell’autunno di quell’anno l’inflazione superò addirittura il 12% nel nostro Paese.

Accanto ad una banca centrale “conservatrice”, o perlomeno attenta a non lasciarsi sfuggire l’obiettivo chiave di un’inflazione al 2%, in questo mese abbiamo assistito ad una Commissione europea un pochino più accomodante; e ciò grazie a nuovi margini di flessibilità nel Patto di stabilità, estendendo la clausola di salvaguardia – già prevista per le spese per la difesa – anche alle spese energetiche, per un massimo dello 0,6% nel triennio 2026-28 (ed un massimo annuo dello 0,3%). Il governo italiano, che più di altri aveva insistito per ottenere una flessibilità di questo tipo, si è subito dichiarato soddisfatto. Attenzione però: non si tratta di una flessibilità incondizionata, poiché riguarda solo le misure per rafforzare la sicurezza energetica e accelerare la transizione verso fonti energetiche alternative ai combustibili fossili.

Torna comunque valida la solita considerazione. Sarebbe stato preferibile – per la crisi energetica così come per la difesa – un intervento comune a livello di Ue, magari ricorrendo ad un maggiore (da molti auspicato ma sempre rigettato) debito europeo. Invece, poter spendere di più aggravando il disavanzo non è particolarmente appropriato per un paese, come l’Italia, con il più alto debito pubblico in rapporto al Pil.

Quanto al Pil, continuano ad uscire statistiche internazionali che evidenziano i nostri ritardi nella crescita. Le previsioni dell’Ocse di giugno confermano l’ultima posizione dell’Italia (+0,5% quest’anno e +0,6% il prossimo) non solo tra i Paesi europei ma anche nel G20. L’aumento dei tassi – che si sta già riflettendo sui mutui – certamente non aiuta; le sfide per la politica economica nazionale sono sempre più impellenti.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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