Economia

Tinagli: «Contro la crisi abitativa servono partnership tra pubblico e privato»

L’intervista a Irene Tinagli, presidente della Commissione speciale sulla crisi degli alloggi nell’Unione europea: «Sono essenziali fondi dedicati all’housing sociale nel bilancio europeo»
Stefano Zanotti

Stefano Zanotti

Giornalista

Uno studentato a Cracovia, in Polonia
Uno studentato a Cracovia, in Polonia

L’emergenza abitativa è una delle criticità più sentite del nostro tempo. Poche case, mutui e affitti alti. Aree urbane che si modificano e infrastrutture che spesso non riescono a rimanere al passo.

Ne abbiamo parlato con Irene Tinagli – eurodeputata eletta nelle liste del Pd e componente del gruppo dei Socialisti e Democratici – e presidente della commissione speciale sulla Crisi degli alloggi nell’Unione europea.

Onorevole Tinagli, la crisi abitativa colpisce molti dei Paesi dell’Unione. Non è solo una crisi che riguarda l’Italia.

No, assolutamente. Anzi, ci sono Paesi in cui la situazione è anche più drammatica e più grave. È un fenomeno che riguarda tantissime aree, non necessariamente solo i grandi centri metropolitani, ma anche zone turistiche o città universitarie. La domanda di casa è cresciuta per la mobilità dei lavoratori, per la mobilità degli studenti e per i flussi turistici. Tutto questo ha aumentato molto la pressione sullo stock abitativo esistente. Allo stesso tempo sono aumentate anche le diseguaglianze, quindi è cresciuto il disagio sociale, mentre le politiche abitative, da venti o trent’anni non sono più incisive. Da questo punto di vista l’Italia è messa particolarmente male, perché gli edifici residenziali pubblici sono tra i meno numerosi d’Europa. Nel corso del tempo, tra l’altro, questo patrimonio si è anche deteriorato: sono diminuite le risorse e non si è fatta la manutenzione necessaria. Molte abitazioni sono inagibili o sfitte.

Ma è solo un problema di alloggi che mancano o gli affitti e i costi delle case sono troppo alti?

È tutto collegato. C’è una scarsa disponibilità per l’uso residenziale di lungo periodo e c’è una domanda che è aumentata. Ci sono studenti e lavoratori che si spostano e turisti che, in alcuni centri, hanno sottratto una parte dell’offerta. La casa è adesso un bene che si utilizza su più fronti e quello residenziale è rimasto un po’ penalizzato. Il fatto che la casa sia diventata più richiesta, anche per affitti di varia natura, ha poi spinto in alto i prezzi e l’ha trasformata in un bene di investimento. Questo fenomeno ha attratto anche grandi soggetti: fondi e altri operatori. Quello che si vede un po’ in tutta Europa è che, a ogni rinnovo di contratto, ci sono aumenti molto significativi. Un tempo erano aumenti più marginali: il piccolo proprietario che affittava a una famiglia nel lungo periodo non ritoccava l’affitto ogni anno o ogni due anni. In tempi più recenti, invece, si sono verificati aumenti cospicui e frequenti.

Ha parlato di investimenti sulla casa e di affitti brevi. Che cosa può fare concretamente l’Europa, considerando che le politiche abitative dipendono dai singoli Stati?

L’Europa può dare indicazioni sulla base delle analisi e degli studi che riguardano il problema. Ed è quello che abbiamo fatto nell’ultimo anno e mezzo di lavoro: abbiamo cercato di individuare le varie cause e di dare raccomandazioni. Tra queste c’è il fatto di sostenere di più gli investimenti nell’housing sociale e in quello pubblico, cercando anche di coinvolgere maggiormente modelli di partnership tra pubblico e privato, che non dev’essere speculativo. E assicuro che esiste. Anche nel settore abitativo, nel corso del tempo, si sono affermate realtà del terzo settore, fondazioni, associazioni no profit e cooperative che, con un minimo di sostegno e inserite in un modello più strutturato, potrebbero aiutare a dare soluzioni a prezzi calmierati. Sono soggetti che non perseguono la massimizzazione del profitto e non devono distribuire dividendi. Sono privati, ma si prestano bene a soluzioni di collaborazione con il pubblico per dare risposte ai fabbisogni dei cittadini. Poi cerchiamo di semplificare maggiormente le cose: per esempio per fare cambi di destinazione d’uso o per avviare progetti di rigenerazione destinati all’abitare. Spesso ci sono progetti che richiedono troppo tempo e troppa burocrazia, e questo frena le soluzioni.

E per quanto riguarda gli investimenti?

Da un lato abbiamo cercato di mettere a disposizione risorse attraverso fondi europei. Era stato fatto anche con il Recovery Fund, perché quelle risorse potevano essere indirizzate su progetti dell’abitare, e molti Paesi li hanno utilizzati in questo senso. Abbiamo poi fatto una revisione di medio termine dei fondi di coesione per consentire di aumentare la quota dedicata ai progetti sulla casa. Adesso la Commissione europea sta lavorando a una piattaforma paneuropea per cercare di fare più massa critica, impegnando tutte le risorse che abbiamo: la Banca europea per gli investimenti e la Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa. Ci sono diversi enti e risorse che possono essere coordinati meglio e messi a disposizione per finanziare o cofinanziare progetti, oppure per dare garanzie a chi vuole accedere al credito a tassi agevolati. C’è poi la questione degli aiuti di Stato: le regole erano un po’ più rigide e non consentivano di sostenere proprio quei modelli di collaborazione tra pubblico e privato destinati a una classe medio bassa. A luglio dovrebbe arrivare un nuovo pacchetto di misure, che prevedono un inquadramento normativo sugli affitti brevi. Si cercherà di dare dei riferimenti, in termini di indicatori e dati, per consentire di identificare le aree a maggiore stress abitativo nelle quali sia possibile adottare misure anche restrittive, senza rischiare di infrangere regole europee o di essere portati davanti a qualche Corte.

Il sindaco di Milano, Beppe Sala, pochi giorni fa è stato a Brescia e ha detto che a Milano il vero problema non è il costo della vita, ma il costo della casa. È davvero così? La casa incide così tanto?

Sì, a Milano, come un po’ in tutti i grandi centri metropolitani urbani d’Europa, il costo della casa ha ormai un’incidenza molto elevata sui salari. Questo rappresenta un problema enorme per le famiglie monoreddito, per le madri single e per i padri single. Con un solo reddito è molto difficile potersi permettere una casa, anche di piccole dimensioni. Tant’è vero che anche a Milano questi costi rendono molto difficile attrarre e trattenere lavoratori essenziali: infermieri, poliziotti, tranvieri e altre categorie fanno molta fatica. Servirebbe una migliore progettazione non solo a livello di città, ma anche a livello regionale, rivedendo la connettività. Soprattutto in Italia, che è un Paese molto urbanizzato: abbiamo città anche medie, belle e vivibili, che potrebbero tranquillamente diventare luoghi da cui spostarsi per vivere e lavorare in città diverse. Ma servirebbero collegamenti migliori, soprattutto a livello regionale. Non può bastare però solo questo, nelle città medie e piccole servono servizi, come gli asili, che consentano di viverci senza doversi spostare per qualsiasi cosa.

La crisi abitativa colpisce anche gli studenti...

C’è un problema enorme, che secondo me è stato molto sottovalutato. La mobilità studentesca è aumentata tanto, ed è un dato positivo, perché è utile e bello che i giovani si muovano, conoscano altre realtà e crescano. Purtroppo, però, questa grande mobilità non è stata accompagnata da politiche abitative dedicate agli studenti. Gli studentati non sono aumentati di pari passo. Negli ultimi anni - a Milano in particolare ma anche in altre città - si sono visti investimenti in studentati, che sono però quasi tutti privati e con costi altissimi. Diventa quindi difficilmente sostenibile una realtà così. Tant’è vero che in alcune università milanesi continua ad aumentare l’afflusso di studenti stranieri, mentre l’afflusso di studenti italiani si è fermato o sta leggermente regredendo. Le famiglie italiane, con gli stipendi italiani, fanno sempre più fatica a mantenere un figlio e a farlo studiare a Milano. Questo dovrebbe far riflettere e sollecitare politiche mirate, che non possono essere solo quelle di sostenere studentati privati con camere che costano mille euro.

Irene Tinagli - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Irene Tinagli - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Negli scorsi giorni, e anche quando è stata qui a Brescia, lei è stata parecchio critica con il Piano casa del governo italiano. Cosa la lascia più perplessa?

L’Italia, come dicevo prima, ha un deficit enorme di offerta residenziale pubblica e sociale, perché nel corso del tempo ha fatto pochi investimenti, li ha tagliati e ha fatto dismissioni. Gli annunci sul piano parlavano del recupero di 60mila alloggi popolari in un anno, nel 2026. Questo non succederà perché si stanzia circa un decimo delle risorse che sarebbero necessarie per fare queste ristrutturazioni in tempi così rapidi. Ma soprattutto preoccupa il fatto che, in parallelo, venga avviato un processo di vendita e dismissione del patrimonio residenziale pubblico. Quindi non è detto che alla fine di questa operazione si vada ad aumentare l’offerta disponibile per le famiglie in difficoltà. Può anche darsi che si riduca. Non solo: per fare questo tipo di interventi le risorse non sono tante e vengono sottratte a Comuni e Regioni. Una grossa fetta di queste risorse, per esempio, viene tolta dai finanziamenti per la rigenerazione urbana. Viene tutto molto centralizzato, ma sono le Amministrazioni locali ad avere contatti con le comunità e a sapere dov’è necessario intervenire.

E anche qui c’è il tema dei privati.

C’è un pezzo di edilizia privata affidata solo ai grandi fondi immobiliari che investono più di un miliardo di euro. Questi, ovviamente, non potranno essere soggetti italiani con radicamento territoriale. Nessun fondo o azienda italiana ha da investire queste cifre. Saranno quindi fondi immobiliari, in molti casi stranieri, come prevede anche il decreto: fondi americani, arabi o di altra provenienza. Difficilmente questi soggetti avranno un’ottica di impatto sociale di lungo periodo. Sono fondi che hanno bisogno di fornire ritorni agli investitori e distribuire dividendi. Quindi, o andranno a investire solo nelle zone più redditizie, senza risolvere i problemi dove c’è disagio e dove ci sono effettive necessità di riqualificazione, oppure lo faranno con un orizzonte abbastanza breve, per poi vendere ad altri grandi fondi, con gestioni orientate ai profitti e non a risolvere il problema dell’accessibilità dei prezzi. Questo non va nella direzione indicata dall’Europa, che spinge invece per sviluppare di più modelli che coinvolgano anche il terzo settore, le fondazioni e le imprese locali. È quello che abbiamo visto essere più resiliente. Girando per l’Europa e per l’Italia si vede che questi sono i modelli che riescono a dare risultati.

Un po’ quello che ha visto a Brescia, giusto?

Sì, ho visto esempi molto interessanti. Purtroppo, però, temo che questi soggetti non saranno sostenuti e valorizzati da questo Piano casa, che va in tutt’altra direzione.

Una soluzione semplice e immediata non esiste, ma lei ha parlato della necessità di un fondo dedicato all’housing sociale, ossia che nel bilancio europeo vengano predisposte risorse destinate solo a questo, per evitare che vengano poi schiacciate da altre priorità, come è accaduto per esempio con la crisi energetica. Questa può essere una possibilità valida?

Sì è vero. Io sto cercando di fare un lavoro di questo tipo insieme al gruppo dei Socialisti e Democratici a Bruxelles. Stiamo insistendo molto perché nel prossimo bilancio europeo ci siano risorse dedicate all’housing sociale e per far sì che i Governi non possano decidere liberamente di prenderle e metterle dove vogliono. Devono essere utilizzate solo per progetti di residenza pubblica utili per le persone in difficoltà. Il problema è che, mi dispiace dirlo, siamo abbastanza soli. I Socialisti e Democratici sono abbandonati a questa battaglia, che nei prossimi mesi sarà davvero dura.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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