Opinioni

Basket a Brescia: un calice amaro, non resta che bere il buono che c’è

Su Mauro Ferrari troppe ombre, solo il tempo darà risposte
Il PalaLeonessa - Foto Newreporter Checchi © www.giornaledibrescia.it
Il PalaLeonessa - Foto Newreporter Checchi © www.giornaledibrescia.it

Le ferite si rimarginano, le cicatrici restano. Ed è con esse che dobbiamo fare i conti, a coronamento di una vicenda tanto turbolenta che pure il Giornale ha fatto fatica a raccontarla, pagando dazio al coinvolgimento per ciò a cui si vuole bene, stentando a credere che nel volgere di pochi giorni si potesse passare dal sogno all’incubo, dal difficile ma possibile scudetto all’incubo dello sparizione dal basket italiano.

Un disorientamento che conoscono bene i tifosi di ogni ordine grado, da chi sedeva nelle poltroncine a bordo campo a coloro che fanno dell’essere «ultras» un’identità, stando in piedi e intonando cori dal primo all’ultimo minuto. Per tutti, come ha scritto bene Alessandro Carini, ogni giorno una goccia di veleno, con colpo al cuore finale: la squadra che se ne va a Roma, Brescia che resta con un pugno di mosche in mano e, esattamente come un anno fa per il calcio, la Brescia che conta, che può contare, riunita attorno a un tavolo e cercare di mettere una toppa per evitare l’annientamento. Nel giorno dell’ufficialità di un nuovo progetto, ripartiamo da qua, dal salvabile ch’è stato salvato.

A bocce ferme, ora che la nebbia si dirada, possiamo dire che per gli uomini d’affari abbiamo una certa ammirazione: a differenza nostra, riescono a distinguere ciò che è utile dal sentimento, facendosela passare in fretta e venendo al sodo. Esattamente ciò che è capitato nel rapporto tra la compagine societaria subentrante e Mauro Ferrari, che hanno trovato un accomodamento in quattro e quattr’otto, evitando una guerra dei Roses che non avrebbe fatto bene a nessuno.

Per quanto ci riguarda, la cicatrice rimarrà dolorosa a lungo, non riusciremo presto a perdonare a Ferrari la protervia dimostrata sostenendo che il giocattolo era suo, potendo dunque disporne a piacimento. Liberissimo di farlo se per mantenerlo, quel giocattolo, non avesse chiesto sostegno a privati ed enti pubblici che per anni l’hanno portato in palmo di mano.

Mauro Ferrari - © Checchi @newreporter
Mauro Ferrari - © Checchi @newreporter

Forse, con il passare del tempo, potremo essere più lucidi, giudicando se siano stati meglio cinque anni da cicala, danzando sull’orlo del precipizio per poi caderci dentro oppure avremmo preferito quello stesso lustro viverlo da formichina, con magre soddisfazioni ma la possibilità di gustarci il basket che conta anche l’anno prossimo.

Per il momento prevale la frustrazione del sentirsi traditi, la rabbia per non aver avuto scelta, l’impossibilità di sapere se egli sia un imprenditore in difficoltà, che annaspando ha fatto quel che ha potuto per non finire gambe all’aria, oppure se è un furbo di tre cotte, capace di prendere la palla al balzo e lasciando alla città un osso spolpato.

Chissà. Soltanto i posteri potranno dirlo, mentre ora ciascuno è autorizzato a credere quanto ritiene vero.

Una cosa però, in tutto questo, conta per noi più di tutto: se è nelle difficoltà che si vede la pasta d’un territorio, dobbiamo ammettere che Brescia nel suo complesso ha retto il colpo e saputo trovare ancora una volta risorse umane ed economiche per evitare il baratro sportivo. In un tempo in cui è facile lagnarsi e lamentarsi di tutto, scorgendo sempre più verde l’erba del vicino, è onesto constatare che istituzioni e privati hanno remato dalla stessa parte, per il secondo anno di fila tra l’altro: avendo esperienza di quasi tutti i capoluoghi lombardi diremmo che non è scontato. E anche se il bicchiere da inghiottire è stato amaro, giusto vederne pure il mezzo pieno.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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