Opinioni

Meloni, le riforme disattese e la legge elettorale

Scontro al premier time: occupazione e conti tengono, ma resta il nodo dei bassi salari e del caro vita. Il muro contro muro sulle riforme
Marco Frittella

Marco Frittella

Editorialista

La premier Giorgia Meloni in Senato - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La premier Giorgia Meloni in Senato - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Giorgia Meloni al Senato per il «premier time», si difende, rivendica e attacca, di sicuro non arretra di un millimetro di fronte alle critiche delle opposizioni che anzi definisce strumentali, ideologiche e soprattutto povere di proposte alternative.

Il lato debole delle sue argomentazioni è quello sulle «grandi riforme» istituzionali che il centrodestra avrebbe voluto varare ma che sono tutte naufragate: il premierato si è perso in un cassetto, l’autonomia differenziata è stata vulnerata dalle riserve della Corte Costituzionale, quella sulla magistratura è stata bocciata dagli elettori al referendum. Resta di fatto solo la legge elettorale su cui Meloni propone alla sinistra di aprire un tavolo di confronto in modo tale che le regole del gioco siano condivise, ma l’opposizione non si fida e vede nel progetto di riforma – che peraltro suscita riserve sia in Forza Italia sia nella Lega – soprattutto un tentativo di blindare il partito di Fratelli d’Italia e la maggioranza attuale anche per la prossima legislatura. È altamente probabile che questa condivisione non ci sarà.

La battaglia con le opposizioni è soprattutto sul tema dello sviluppo il cui rallentamento Meloni lo addebita soprattutto alla congiuntura internazionale e alle guerre che hanno posto in termini eclatanti il tema del costo dell’energia e della nostra vulnerabilità di paese soprattutto importatore di gas e petrolio. Certo Meloni tiene aperta la porta al nucleare di nuova generazione, e soprattutto di piccole dimensioni a servizio di imprese e data center, ma deve pur riconoscere che i tempi della sua implementazione sono lunghi e irti di ostacoli anche in termini di più che probabili movimenti di piazza contro il vecchio «mostro» del nucleare, sempre respinto dalle sinistre.

Se la crescita langue, la premier rivendica i risultati comunque conseguiti: l’aumento dell’occupazione, anche giovanile, la diminuzione dello spread, la tenuta dei conti pubblici, i buoni risultati di Borsa, la limatura fiscale (al netto dell’aumento della pressione, considerato conseguenza delle maggiori entrate dovute ai nuovi occupati).

Resta il problema dei bassi salari rispetto ai quali la ricetta del minimo garantito (proposto da Pd, M5S e AVS) viene ancora respinto in quanto potenzialmente peggiorativo della situazione; e resta il caro vita che mette in difficoltà le famiglie rispetto alle quali Meloni ha rivendicato le misure protettive, considerate dalle opposizioni appena dei pannicelli caldi per chi non arriva alla fine del mese. E tuttavia Meloni snocciola i dati della diminuzione della povertà assoluta e i progressi registrati nel Mezzogiorno grazie alla ZES unica che, tra mille difficoltà strutturali, burocratiche e politiche, ha consentito al Sud di crescere più del Nord dando una grande speranza di ripartenza delle nostre aree più problematiche.

Lo scontro della premier con la sinistra è privo anche solo di una parvenza di collaborazione istituzionale in nome del bene comune e dell’interesse nazionale. Sono proprio due visioni della società, della politica e dell’economia che non riescono a dialogare. Punti di contatto ci sono sulla politica estera (Ucraina) ma solo con una parte della minoranza, il Pd e Azione, mentre i 5 Stelle chiedono di tornare a rifornirsi di gas russo e AVS ripropone un no irriducibile a qualunque programma di incremento della difesa nazionale.

Non c’è dubbio: lo scontro è di carattere elettorale, le urne sono nella testa di tutti molto di più di quanto maggioranza e opposizione siano disposte ad ammettere.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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