«Che cento fiori fioriscano, che cento scuole di pensiero gareggino». Era lo slogan della «campagna dei cento fiori» promossa da Mao Zedong negli anni Cinquanta per ravvivare la vita culturale, politica, economica e sociale della Cina. Una settantina di anni dopo, molti saranno sorpresi di scoprire che la filosofia di quel progetto, archiviato senza successo a Pechino già nel 1957, si sposa invece pienamente con i grandi traguardi raggiunti di recente dallo sport italiano, al vertice mondiale in tantissime discipline.
L’evoluzione
Basta qualche dato per rendersi conto di un fenomeno impensabile fino a qualche anno fa: agli Europei di atletica del 2012 gli azzurri conquistarono globalmente tre medaglie (un oro, Fabrizio Donato nel triplo, un argento e un bronzo), quest’anno a Birmingham sono state 22 (10 ori, 6 argenti e 6 bronzi). Nel nuoto, le 23 medaglie di Berlino 2014, sono diventate 43 a Parigi 2026.
Ma oltre alle due discipline storicamente più importanti del programma olimpico, l’Italia trionfa anche nella pallavolo, dove è campione del mondo sia con gli uomini che con le donne, nel tennis con 4 giocatori nei primi venti del ranking mondale e Sinner numero uno, nel judo (Bellandi e Scutto campionesse del mondo un anno fa a Budapest), nella ginnastica artistica (quattro medaglie nei recenti europei di Zagabria), nella scherma etc etc.
Competenze
«I cento fiori» sono sbocciati qua e là, grazie a competenze tecniche di altissimo livello in tutte le discipline: da Simone Vagnozzi, il coach di Sinner, a Fabrizio Antonelli, «scippato» nei giorni scorsi proprio dalla Cina a Gregorio Paltrineri, gli allenatori italiani sono ai vertici mondiali in tutti i campi. Enrico Casella, inventore del «sistema Italia» nella ginnastica artistica femminile è un fuoriclasse che fa storia a sé. L’atletica leggera negli ultimissimi anni ha quadruplicato gli investimenti sul settore tecnico, da due milioni di euro a oltre otto.
Ma anche in passato, l’Italia ha avuto tecnici e manager altamente qualificati, Sandro Calvesi, i Rosa.
Il dato innovativo è la loro diversa relazione con il territorio: addio ai centri federali, per esempio quelli di Formia (atletica) e di Riano (tennis) dove negli anni Settanta Simeoni e Mennea, oppure Panatta e Barazzutti, erano costretti a vivere un ritiro monastico quasi ossessivo. Ora il modello in molte discipline è cambiato, con incentivi alle società e ai tecnici che producono i risultati migliori.
Le squadre
Ne nasce una salutare competizione diffusa, una specie di «aiutiamoli a casa loro» che qui però, a differenza che nelle politiche antimigratorie funziona piuttosto bene e produce risultati in serie. Il lunghista Furlani si allena a Rieti, Pernici, cresciuto a Niardo, è di casa sul campo di Sanpolino, il varesino Martinenghi nuotava a Busto Arsizio quando ha vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Parigi.
I ragazzi si allenano dove trovano condizioni più favorevoli, supportati e sostenuti da un tessuto familiare partecipe e allargato: genitori, nonni, parenti che si fanno carico delle loro esigenze di giovani sportivi, soprattutto dal punto di vista logistico nella fase della formazione primaria.
Seconde generazioni
Poi ci sono i frutti dell’inclusione, quella sui cui eccepisce il presidente del Senato: da Jacobs alla Battocletti, da Sara Curtis a Larissa Iapichino, da Mattia Furlani (infortunato a Birmigham) a Kelly Doualla lo sport premia gli incroci etnici e la capacità di un paese vecchio di assorbire dall’estero energie nuove.
Forze dell’ordine
Infine, i corpi militari e civili – circa 1.500 sportivi sotto contratto nel Paese – garantiscono a un numero allargato di atleti, non solo quelli di primissima fascia, quella sicurezza sociale ed economica che una volta era possibile solo dove esisteva lo sport di stato, Urss e paesi di quell’area.
Non c’è niente di male a dirlo: Sara Curtis è caporal maggiore dell’Esercito, Nadia Barrocletti appartiene alla Polizia penitenziaria, Marcell Jacobs è un poliziotto che vive a Jacksonville, in Florida. Dei vincitori di medaglie agli Europei di atletica solo il giovane Soudassi non fa parte di quei corpi militari e civili ai quali appartiene circa l’80% dei 48 nuotatori portati dall’Italia a Parigi. Dai cento fiori è nato un nuovo modello di Italia.




