A certe espressioni, anche i più digiuni delle discipline che compongono le grandi competizioni internazionali (Europei, Mondiali, Olimpiadi), sono ormai abituati: l’atleta azzurro delle Fiamme Oro che conquista una medaglia, la finanziera che sale sul podio. La maggioranza degli italiani impegnati ai Giochi di Milano-Cortina apparteneva a un corpo: Esercito, Polizia, Guardia di Finanza, Carabinieri o Vigili del fuoco.
Il motivo è semplice, e riflette la stratificazione dell’universo sportivo nel nostro Paese. Non tutte le discipline sono uguali. Pochi, anzi pochissimi sport abbracciano il professionismo: il calcio (fino alla serie C), il basket (solo in A), il ciclismo e il golf. Tutti gli altri no: pur con diversi livelli organizzativi, alcuni molto più strutturati di altri, sulla carta appartengono pariteticamente all’universo del dilettantismo.
Un’entrata fissa

La differenza sostanziale è che chi pratica al massimo livello uno dei quattro sport «eletti» ha la possibilità di essere tesserato da una società sufficientemente solida da garantirgli uno stipendio mensile. Per tutti gli altri il cammino è più scosceso, ed essere un «atleta di Stato» diventa l’unico salvagente per mettersi nelle condizioni di prepararsi adeguatamente alle grandi competizioni.
La prima ragione è economica: far parte di un corpo garantisce un’entrata fissa che consente agli atleti di concentrarsi esclusivamente sugli allenamenti, senza dover cercare un lavoro che assorbirebbe tempo ed energie. Per i più decorati la voce principale tra le entrate riguarda gli sponsor: Marcell Jacobs appartiene alle Fiamme Oro, è un poliziotto, ma la leggendaria impresa nei cento metri a Tokyo l’ha reso una celebrità.
Oggi è un atleta Puma, che non è l’unico brand ad avergli versato un emolumento in cambio della sua immagine. Non occorre un particolare sforzo di fantasia per concludere che sia questa l’attività più remunerativa per il desenzanese. Ma non di sola pubblicità vive l’atleta vincente: i meeting di atletica, per citare un esempio, sono disposti a sborsare decine di migliaia di euro per strappare la partecipazione di nomi di grosso calibro. Poi ci sono le medaglie: per un oro olimpico il Coni riconosce all’atleta 180mila euro, tassati al 42%.

Più di uno stipendio
È però evidente che quello di Jacobs non possa essere considerato un caso paradigmatico. Semmai una rara (e meritata) eccezione. Non tutti gli atleti arrivano a vincere una medaglia olimpica. E soprattutto non tutti hanno un ritorno di visibilità che giustifichi chiamate e ricche offerte da parte degli sponsor. In questa sconfinata terra di mezzo albergano tutti coloro che con talento e fatica hanno raggiunto il livello più alto nella propria disciplina, che però è magari troppo di nicchia in Italia, oppure senza andare mai a podio.
È soprattutto per loro che lo stipendio di Stato diventa una fonte di sostentamento imprescindibile, se non altro per vivere unicamente del proprio sport. Ma non si tratta soltanto di questo: l’appartenenza a un corpo dà accesso alle migliori strutture di allenamento della propria disciplina, e mette a disposizione degli atleti professionisti (allenatori, medici, fisioterapisti) che ne possono curare al meglio la preparazione.
Il concorso
In Italia i gruppi sportivi sono otto: quattro riconducibili alle forze armate (Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri), quattro alle forze di polizia (Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Polizia penitenziaria, Vigili del fuoco). Vi si accede tramite concorso pubblico: oltre ai requisiti base (essere cittadini italiani, o non avere più di trentacinque anni) è necessario aver ottenuto un riconoscimento in una competizione nazionale certificata dal Coni, o dal Comitato sportivo militare per le discipline non affiliate al Coni. Una volta superato il concorso, lo stipendio è determinato dal grado assegnato dal corpo: oscilla, a grandissime linee, tra i 500 e i 1.400 euro.

Il dopo carriera
Chi viene precettato non si assicura un pass a vita: formalmente si entra come volontari per un periodo di quattro anni, anche se ogni due viene effettuato un controllo dei requisiti per prolungare la permanenza. Un buon numero di atleti non abbandona il proprio corpo dopo il ritiro: c’è chi rimane all’interno del gruppo sportivo, magari da istruttore, e chi fa carriera fuori dall’ambito agonistico.
È il caso di Jacopo Marin, velocista, medaglia d’oro nella 4x400 agli Europei del 2009: oggi è un ufficiale dei Carabinieri (in passato a Chiari e Salò), primo ex atleta italiano ad acquisire questo grado. Ha appena centrato un’impresa simile Alessandra Bonora, bronzo nella 4x400 in prima frazione: fa parte delle Fiamme Gialle, il gruppo della Guardia di Finanza. Sono rimaste finanziere anche dopo l’addio alle competizioni due grandi ex sciatrici come Nadia Fanchini e Daniela Merighetti.

La friulana Desirée Rossit, che nel 2016 partecipò alle Olimpiadi di Rio nel salto in alto, lavora nell’ufficio stampa e relazioni con il pubblico della Polizia di Stato di Brescia. E Vanessa Ferrari? Fa ancora parte dell’Esercito, in veste di allenatrice delle ginnaste dell’Accademia di Brescia. È contemplata la possibilità di rinunciare, ma pochi ne usufruiscono.




