Opinioni

Al-Sharaa ricompone la Siria: ora vanno inclusi i curdi

In meno di due anni l’ex capo di una formazione di matrice jihadista è divenuto l’interlocutore necessario nel Paese, combinando pressione militare, riconoscimento internazionale e concessioni alla comunità curda
Michele Brunelli

Michele Brunelli

Editorialista

Il presidente siriano Ahmed al-Sharaa - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente siriano Ahmed al-Sharaa - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

A volte la trasformazione di un ordine politico diventa leggibile attraverso un gesto ordinario. In un video diffuso a Damasco, Ahmed al-Sharaa, presidente della transizione siriana, paga il caffè con una Visa accanto al governatore della Banca centrale Mohammed Raslan. È una delle prime transazioni internazionali con carta di credito effettuate nel paese da oltre quindici anni. Pochi giorni prima gli Stati Uniti avevano revocato la designazione della Siria come Stato sponsor del terrorismo, adottata alla fine del 1979. Il gesto non inaugura certo la normalità finanziaria, però rende visibile il ritorno del paese all’interno del sistema finanziario globale e la ricostruzione della sua sovranità. Un processo questo che riguarda anche l’assetto interno.

Negli stessi giorni infatti, Mazloum Abdi, comandante delle Forze democratiche siriane (Sdf), ha annunciato lo scioglimento dell’organizzazione come forza indipendente e la sua integrazione nello Stato. Formata nel 2015, era una coalizione multietnica a guida curda, con componenti arabe e siriache, nonché il principale alleato degli Usa contro lo Stato islamico. Era anche il pilastro militare dell’Amministrazione autonoma del nord-est, nota come Rojava.

Ad oggi questi sono i maggiori successi politici di al-Sharaa, già conosciuto con il nome di battaglia al-Jolani. In meno di due anni l’ex capo di una formazione di matrice jihadista è divenuto l’interlocutore necessario per ricomporre la Siria, combinando pressione militare, riconoscimento internazionale e concessioni alla comunità curda. L’offensiva del gennaio 2026 aveva sottratto all’Sdf territori e giacimenti petroliferi, mentre le componenti arabe erano passate dalla parte di Damasco. Al-Sharaa ha poi riconosciuto il curdo come lingua nazionale, reso Nowruz (il capodanno persiano e curdo) una festa pubblica, attribuito la cittadinanza ai curdi che ne erano privi e accettato nell’esercito alcuni loro reparti. Il rapporto di forze potrebbe far pensare a una resa, ma l’accordo è più complesso. L’intesa trasferisce allo Stato il comando militare, le istituzioni e i territori del nord-est; Damasco in cambio incorpora alcuni reparti, assorbe funzionari civili e riconosce diritti linguistici e politici.

Le posizioni restano diseguali, poiché il governo ristabilisce la propria autorità mentre la leadership curda cerca di salvaguardare le tutele ottenute. Si chiude così l’esperienza politica del Rojava nella forma assunta durante la guerra, lasciando sopravvivere una sua presenza politica ormai priva dell’autonomia territoriale fondata su proprie forze armate, istituzioni e risorse. Il vero problema inizia ora. L’accordo dovrà trasformare le promesse di al-Sharaa in diritti costituzionali, amministrazione locale e rappresentanza politica. Resta da capire chi comanderà gli ex reparti della coalizione e quale sarà il destino delle unità combattenti femminili, che molto hanno contribuito alla sconfitta dell’Isis e sono divenute il simbolo della partecipazione delle donne alla sicurezza e alla politica nell’esperienza autonoma curda. A produrre questo esito non è stata soltanto l’operazione militare di inizio anno.

Dopo avere sostenuto le forze curde contro lo Stato islamico, Donald Trump ha preferito investire su un governo centrale ritenuto più adatto a stabilizzare il paese e contenere l’Iran. Washington ha ottenuto alcune garanzie, ma ha ritirato la protezione che consentiva alla leadership curda di negoziare da una posizione di forza. L’allentamento delle sanzioni e la revoca della designazione terroristica hanno rafforzato al-Sharaa. Gli effetti travalicano i confini geografici siriani e l’impatto è anche regionale. La Turchia sarà il principale beneficiario regionale dell’accordo. Ankara sostiene al-Sharaa e uno Stato siriano unitario perché elimina dalla propria frontiera una struttura imperniata su forze curde considerate legate al Partito dei lavoratori del Kurdistan. Israele teme invece l’influenza turca.

L’Sdf non era alleata di Israele, ma la sua autonomia impediva a Damasco di controllare pienamente il nord-est e limitava indirettamente l’espansione dell’influenza turca. La sua scomparsa potrebbe spingere Israele a insistere sulle zone cuscinetto e sui rapporti con i drusi del sud, mentre per l’Iran diventa ora sempre più difficile ripristinare il corridoio verso Hezbollah, milizia sempre più in affanno. Resta un paradosso. La ricostruzione richiede uno Stato capace di controllare armi, confini e risorse, però in taluni contesti la concentrazione di queste funzioni può produrre un nuovo autoritarismo. La carta Visa mostra che la Siria sta rientrando nel sistema internazionale, ma solo l’integrazione dei curdi e la risoluzione pacifica dei rapporti con le altre confessioni dirà se il nuovo Stato saprà includere la pluralità che caratterizza questo paese. Al-Sharaa lo ha rafforzato; resta da vedere se saprà ricomporre anche le fratture interne.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

News in 5 minuti

Cosa è successo oggi? A metà pomeriggio facciamo il punto, tra cronaca e novità del giorno.

Canale WhatsApp GDB

Breaking news in tempo reale

Seguici
Caricamento...
SponsorizzatoIl ritorno della Centomiglia Internazionale del GardaIl ritorno della Centomiglia Internazionale del Garda

Da più di 70 anni la regata che unisce sportivi, appassionati e curiosi da tutto il mondo

Una data speciale, da ricordare con la prima pagina del GdBUna data speciale, da ricordare con la prima pagina del GdB

Dall’archivio storico, disponibile dal 27 aprile 1945 a oggi

SCOPRI DI PIÙ