Opinioni

Libano, la zona sicurezza rischia di rafforzare Hezbollah

Una linea sulla mappa non basta: il vero confine da superare è quello della sfiducia reciproca
Michele Brunelli

Michele Brunelli

Editorialista

Le macerie dopo un attacco aereo israeliano nel sud del Libano - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Le macerie dopo un attacco aereo israeliano nel sud del Libano - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Nel maggio del 2000 la «zona di sicurezza» istituita da Israele nel Sud del Libano si dissolse con un ritiro unilaterale, accelerato dal collasso dell’Esercito del Libano del Sud, la milizia alleata che per anni ne aveva garantito il controllo sul terreno. Il 22 maggio gli abitanti di Khiam aprirono le porte del famigerato carcere locale, dove erano stati detenuti militanti e oppositori delle forze israeliane e della milizia loro alleata; il 16 giugno le Nazioni Unite certificarono il completamento del ritiro israeliano. Quella fascia, mantenuta dal 1985 con l’obiettivo dichiarato di proteggere le comunità del nord di Israele, sembrava appartenere a una stagione conclusa.

Ventisei anni dopo, una nuova zona di sicurezza è tornata a disegnare il confine e riapre lo stesso paradosso strategico: la misura pensata per contenere Hezbollah può rafforzare l’argomento con cui il movimento giustifica le proprie armi. La nuova geografia del confine è segnata dalla Yellow Line, la fascia sotto controllo israeliano che interessa circa il 6% del territorio e in alcuni punti si estende per una decina di chilometri oltre la frontiera. Al suo interno ricadono 62 villaggi e fattorie, dove circa 270 mila residenti non possono fare ritorno. Immagini satellitari e verifiche sul terreno documentano demolizioni estese di abitazioni, infrastrutture e terreni agricoli.

È in relazione a questa trasformazione dello spazio che nel dibattito libanese ricorre il termine urbicidio, una categoria analitica, priva di autonoma qualificazione giuridica, che descrive la distruzione dell’ambiente costruito insieme alle reti sociali, alla memoria dei luoghi e alle condizioni materiali del ritorno. Già utilizzato per la periferia meridionale di Beirut, il concetto viene oggi applicato anche ai centri devastati lungo il confine. Gerusalemme presenta le demolizioni e gli attacchi come parte dello smantellamento delle infrastrutture di Hezbollah e della prevenzione di nuove minacce alle comunità settentrionali israeliane. La loro scala, tuttavia, alimenta il timore che una misura di sicurezza temporanea produca effetti territoriali durevoli.

Al di fuori della fascia occupata, l’azione militare israeliana continua inoltre a raggiungere la Bekaa e l’area di Beirut, segno che il cessate il fuoco non ha circoscritto del tutto il conflitto. Il 15 agosto undici persone sono state uccise in raid israeliani, il bilancio più grave dall’inizio della tregua. Il nodo della stabilizzazione resta ovviamente politico.

L’accordo quadro firmato il 26 giugno da Libano, Israele e Stati Uniti prevede che l’esercito libanese assuma la responsabilità di «zone pilota» dopo la verifica del disarmo delle forze non statali, consentendo alle truppe israeliane di arretrare progressivamente. Il passaggio decisivo dipende da Hezbollah, che non ha sottoscritto l’intesa. Lo Stato ebraico considera il disarmo una garanzia preliminare al ritiro; Hezbollah subordina invece qualsiasi trattativa sul disarmo al ritiro israeliano dal territorio libanese. Il governo libanese si è impegnato a ristabilire il monopolio statale della forza cercando al tempo stesso di evitare una frattura interna. Hezbollah, che conserva una base politica e sociale significativa, ha evocato il rischio di guerra civile qualora il disarmo fosse imposto con la forza.

La permanenza israeliana indebolisce Beirut: se la diplomazia non restituisce territorio né consente il ritorno degli sfollati, la «resistenza» propugnata da Hezbollah conserva parte della propria legittimazione.

Una scritta in ebraico sul muro di un'abitazione nel villaggio di Zawtar al-Gharbiya, nel sud del Libano. - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Una scritta in ebraico sul muro di un'abitazione nel villaggio di Zawtar al-Gharbiya, nel sud del Libano. - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Lo stallo ha anche una dimensione internazionale. Washington ha costruito il quadro negoziale, sostiene l’esercito libanese e ha ricordato a Israele che una presenza militare permanente sarebbe incompatibile con l’accordo. Resta irrisolto chi debba verificare il disarmo e in quale momento inizi il ritiro. Sono questi i nodi che hanno frenato i colloqui di Roma. Per Netanyahu il controllo fisico del territorio è diventato una garanzia centrale e, alla vigilia delle elezioni di ottobre, un arretramento senza disarmo verificato ha un elevato costo politico interno. La stessa logica è visibile a Gaza, dove Israele condiziona il ritiro al disarmo di Hamas.

Il Libano rimane intrappolato in un accordo che chiede a ciascun attore una mossa considerata sicura solo dopo quella dell’altro. Una via d’uscita richiederebbe progressi paralleli e verificabili nel ritiro israeliano e nel disarmo di Hezbollah, accompagnati dal rafforzamento dell’autorità statale e dal ritorno dei civili. Nel 2000 il ritiro dalla zona di sicurezza divenne per Hezbollah la prova dell’efficacia della resistenza armata. Ventisei anni dopo, una permanenza prolungata rischia di riprodurre lo stesso meccanismo. La Yellow Line è una linea sulla mappa; il vero confine da superare è quello della sfiducia reciproca che trasforma ogni concessione in un rischio e ogni rinvio in una nuova ragione per non fare concessioni.

Michele Brunelli, docente di Storia e Geopolitica dell'Asia contemporanea - UniBg

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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