Il 15 agosto di cinque anni fa guardavamo le immagini degli aerei che decollavano da Kabul. Dopo vent’anni di occupazione, Stati Uniti e alleati si ritirarono, lasciando che i talebani riprendessero la capitale. All’aeroporto, la gente si accalcava, sperando di poter lasciare il Paese. Un dramma. Soprattutto per quanti avevano fatto da interpreti agli americani. Per i nuovi governanti erano traditori della patria. E, infatti, di molti di loro non si sa più nulla.
Anche le notizie sull’Afghanistan sono sparite dalle prime pagine, di come viva un popolo la cui esistenza è stata stravolta, si sa poco. Di tanto in tanto, le cronache riportano una nuova ordinanza del regime che penalizza sempre di più le donne, a cominciare dal divieto di studiare dopo i 13 anni. In cinque anni, la condizione femminile è andata via via peggiorando, fino alla totale esclusione delle donne da ogni ambito della vita pubblica.

A raccontarcelo è Nihal, dell’associazione Rawa (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), in contatto audio grazie al supporto dell’associazione italiana Cisda, che da sempre si batte per i diritti delle donne afghane. Ma il collegamento è difficoltoso, perché la tecnologia funziona a spizzichi e bocconi e perché il rischio di essere intercettate è altissimo. Il regime controlla qualsiasi spazio di libertà, anche digitale.
Con gran parte degli aiuti internazionali congelata o sospesa, oggi il Paese sta sperimentando una delle peggiori crisi economiche del pianeta. L’Afghanistan per vent’anni ha vissuto grazie ai finanziamenti esterni. Denaro che lo Stato usava per pagare stipendi, servizi pubblici e infrastrutture. Quando quel sistema si è interrotto, si è affacciato lo spettro della disoccupazione. Le famiglie faticano a comprare cibo, medicine, o a mandare i figli a scuola. Le condizioni sanitarie peggiorano ogni giorno: molte cliniche hanno chiuso per mancanza di fondi e gli ospedali privati sono per chi se li può permettere, di certo non per la popolazione sempre più povera. L’apporto delle Organizzazioni internazionali è fortemente limitato dalle severe regole imposte dal nuovo governo. I progetti educativi per le donne, per esempio, sono proibiti, così come lo sport. Ammesso per loro solo l’insegnamento del Corano.

L’Afghanistan oggi sembra più sicuro rispetto agli anni della guerra ma, di fatto, è cambiata solo la forma della violenza, che oggi ha più a che fare con le tensioni sociali e meno con attentati di matrice terroristica. Il 23 giugno una delegazione del governo afghano finora non riconosciuto internazionalmente, è stata ricevuta a Bruxelles, per un incontro atto a trovare un accordo per facilitare il rimpatrio degli afghani che hanno commesso reati o la cui richiesta di asilo è stata rigettata. Si tratta della prima visita in Europa degli esponenti del governo de facto, particolarmente significativa dal punto di vista diplomatico, tanto da essere stata oggetto di contestazione da parte di parecchie associazioni afghane.
Nihal, che ne pensi? «Il fatto che alcuni Paesi – e adesso l’Europa – invitino rappresentanti talebani, è un primo passo verso la legittimazione internazionale dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan. Gli Stati Uniti e le Nazioni Unite, inviando denaro – direttamente o indirettamente – ai talebani, hanno già avviato una forma di riconoscimento. Inoltre, qui arrivano visitatori che girano video, postano sui social, esaltano l’Afghanistan come luogo turistico, dove si può girare da soli la sera, cosa non vera, offrendo della realtà una rappresentazione totalmente fuorviante». Viene da pensare che ci sia sotto una regia. «Di sicuro molti youtubers, che filmano questa versione falsa, sono pagati dagli stessi talebani. In questo modo, proiettano all’estero un’immagine rassicurante, un buon viatico per il riconoscimento. Ma per noi afghani tutto questo è solo una presa in giro».




