«Non è stato soltanto un giornalista preparato e appassionato ed un autorevole direttore, capace di guidare il Giornale di Brescia con polso fermo e visione aperta al futuro; è stato, prima di tutto, un intellettuale rigoroso e un fine storico contemporaneo». Così il cardinale Giovanni Battista Re, Decano del collegio cardinalizio, ricorda Giacomo Scanzi.
Credente convinto
Il porporato camuno lega l’impegno intellettuale del nostro ex direttore alle sue radici: «Formatosi alla nobile scuola del compianto professor Giorgio Rumi, ha saputo trasferire nella ricerca storiografica lo stesso rigore che applicava alla cronaca quotidiana.
Della nostra comune brescianità incarnava le virtù più autentiche: la laboriosità silenziosa, la rettitudine morale e la straordinaria capacità di leggere i complessi segni dei tempi attraverso la lente della fede e di un solido radicamento culturale». Un uomo «di grande equilibrio, saggezza ed onestà, ha dato molto alla popolazione bresciana» sottolinea il cardinale Re.
Un legame profondo, «che definirei provvidenziale», univa Giacomo alla figura monumentale di San Paolo VI.

«Varie le pubblicazioni che ha dedicato al santo pontefice bresciano – prosegue il porporato –; tra queste, mi chiese di scrivere la prefazione al suo volume “Paolo VI. Fedele a Dio, fedele all’uomo”. In quelle pagine così dense emergeva la sua duplice passione di storico meticoloso e di credente convinto. Era capace di illustrare con eccezionale acume la santità di vita, la genialità delle riforme e la sofferta grandezza del Papa bresciano, che la Provvidenza chiamò a essere il sicuro timoniere del Concilio Vaticano II».
Un amore per la verità storica e per l’eredità di Giovanni Battista Montini che «non è rimasto un mero esercizio accademico, ma si è tradotto in un impegno concreto e di alto valore per la Chiesa universale. Giacomo Scanzi ha infatti fatto parte attivamente del ristretto gruppo di ricercatori e storici che ha collaborato direttamente per la Causa di canonizzazione di Paolo VI. Con il suo lavoro accurato, paziente e scientificamente inappuntabile, ha scavato negli archivi e nelle pieghe meno battute dell’apostolato milanese e romano, offrendo un contributo fondamentale per mostrare al mondo la splendida "semantica della santità" che ha guidato l’intero cammino del Pontefice della modernità, un Papa che ha sofferto per la Chiesa, che ha amato immensamente».
Nei suoi scritti, prosegue il cardinale Re, «così come nella sua direzione editoriale, emergeva sempre limpido l’ideale montiniano di un giornalismo inteso come alto servizio alla verità e alla crescita civile delle persone. Per Giacomo Scanzi fare cultura non significava cedere alle mode effimere del momento, ma coltivare una costante sintesi tra "fedeltà a Dio e fedeltà all’uomo", sulle orme dell’insegnamento di Papa Montini.
Il suo stile, sempre misurato, sapeva dare voce alle complesse dinamiche del nostro tempo senza mai smarrire il senso del destino eterno dell’essere umano. Mi piace qui ricordare anche il notaio Giuseppe Camadini, che per Scanzi provava stima e sincero affetto».
Infine, «di Giacomo Scanzi ci resta oggi la sua preziosa testimonianza di uomo della cultura, che ha speso con generosità i suoi talenti per edificare il bene comune».




