Cultura

La storia come esperienza vissuta: la grande attualità di Giorgio Rumi

Giacomo Scanzi: «La storia per lui aveva a che fare con il senso di essere figli di Dio»
Giorgio Rumi è morto il 30 marzo del 2006 a 68 anni
Giorgio Rumi è morto il 30 marzo del 2006 a 68 anni
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A vent’anni dalla morte di Giorgio Rumi, la sua lezione di storico continua a interrogare il presente non solo per il rigore degli studi, ma per uno sguardo che intreccia memoria, identità e responsabilità civile. In un tempo segnato da smarrimento e perdita di riferimenti, il suo invito a fare della storia un’esperienza vissuta torna di stringente attualità. Al centro della sua riflessione anche il ruolo del cattolicesimo come presenza nella società, oggi messa alla prova da secolarizzazione e frammentazione. Ne parliamo con Giacomo Scanzi, suo allievo e già direttore del Giornale di Brescia.

Il 30 marzo 2006 moriva lo storico Giorgio Rumi, quanto è ancora attuale il suo sguardo sulla storia e sulla società?

Confesso che invecchiando ha iniziato a suonarmi un poco retorico cercare l’attualità di chi non c’è più. Rumi questo lo sapeva bene; anzi credo che radicasse proprio in questa consapevolezza, la sua malinconica ironia. È proprio questo dolce disincanto la linea guida del suo magistero: ancorato al passato come ad un amore corrisposto ma perduto, con i piedi saldi in un presente che un giorno diventerà esso stesso storia, e uno sguardo languido su un futuro in costante ribellione. È dunque questo triplice sguardo (e la sua piena consapevolezza) che fa di uno storico, uno storico di razza; che fa di un docente, un Maestro. Mi sono chiesto spesso perché, tra i tanti storici che animavano la vita accademica tra gli anni Ottanta e Duemila della Statale di Milano (e ve n’erano di gran calibro) Rumi fosse il più cercato dagli studenti: credo perché, tra le tante ragioni superficiali, egli trasmetteva un metodo, ti aiutava a rintracciare gli strumenti per porre alla realtà le giuste domande e dunque riceverne le giuste risposte. È questo che io, in quanto suo allievo, oggi sento come un’attualissima preveggenza; la società va in malora quando facciamo le domande sbagliate e ci inventiamo risposte prêt-à-porter.

Nel pensiero di Rumi il cattolicesimo è anche una presenza civile. Oggi, in una società secolarizzata e frammentata, questo ruolo è ancora possibile oppure si è ridotto?

La parola «cattolico» piaceva molto a Giorgio Rumi. Ma parlerei più che di cattolicesimo, di fede come esperienza basilare e radicale dell’uomo. La fede come Weltanschaung, ovvero visione del mondo, concezione della vita. E la fede si è sempre incarnata in un tempo e in un luogo, generando molteplici, direi quasi infinite modulazioni. Nel nostro caso stiamo parlando di fede lombarda e in particolare di Milano, considerata sempre come una «seconda Roma»: fedele, obbediente, ma pur sempre unica diocesi al mondo ad avere un rito proprio. E quando si parla di fede lombarda, tre sono i punti cardine che costituiscono l’ossatura di tale esperienza: «La Provvidenza», lo spirito di comunità e l’importanza delle opere. Rumi si è reso conto, soprattutto sul finire degli anni Novanta, che quel popolo che aveva costituito il nucleo esistenziale della Chiesa ambrosiana, almeno fino alla prima metà del Novecento, si stava sfaldando. E una Chiesa senza popolo è una Chiesa monca, ferita nella sua costituzione. E soprattutto, e uso le parole di Rumi, è una Chiesa insignificante sia sul piano dell’esperienza propria, sia sul piano del peso specifico civile e – usiamo pure questa parola una volta nobile – politico. E per comprendere cosa tutto ciò abbia significato, basti rileggere le pagine manzoniane relative al Borromeo e al ruolo sostitutivo che la Chiesa lombarda ha svolto rispetto all’autorità civile, soprattutto nei momenti più difficili. Il risultato che Rumi additava come un dato di fatto era che il nomadismo del popolo, l’insignificanza dell’esperienza, il cedimento alle illusioni del pacifismo e dell’ecologismo sovrapposte stupidamente al Mistero della morte e della resurrezione di Nostro Signore, davano come risultato che la fede era divenuta un optional dell’esistenza. Il patrimonio di esperienze, di culture, di opere sedimentatosi nei secoli, s’era trasformato in un supermercato di valori da cui piluccare quelli più consoni a stili di vita, eccitamenti spirituali e a vaghe e squilibrate opinioni. Una fede fai da te del tutto sterile, buona giusto per eccitare i borghesucci alla vista dei nuovi teologi televisivi o à la page.

Che contributo ha dato Giorgio Rumi alla lettura del cattolicesimo bresciano?

Abbiamo parlato di Milano. Ma non v’è dubbio che vi sono almeno altre due realtà provinciali che hanno avuto un ruolo decisivo nel processo di storicizzazione delle fede in questa terra: Bergamo e Brescia. Storia secolare la loro, ma che ha avuto un momento di fondamentale disvelamento delle loro reciproche nature, nella crisi di fine Ottocento e nella profonda lacerazione tra popolo di Dio e cittadinanza nella nuova Italia unita. Fin dai primi anni Ottanta, con i convegni organizzati dal Ce.Doc sui cattolicesimi di Brescia e Bergamo, e poi negli anni Novanta (decisiva la beatificazione a Brescia di Giuseppe Tovini da parte di Giovanni Paolo II nel ’98) e fin quasi alla vigilia della sua scomparsa, Rumi ha contribuito in modo significativo ad offrire a Brescia la consapevolezza della propria originalità, strappandola ad una storiografia clericaleggiante che riconduceva sempre e comunque i fili della storia nelle stanze del vescovo. Se questo ha qualche buona ragione per Bergamo, ciò non vale affatto per Brescia dove la Chiesa, anche grazie ad alcuni vescovi illuminati, ha saputo mantenere la propria natura spirituale e formativa, lasciando ad un laicato fedele ma autonomo, le responsabilità relative alle questioni secolari: politica, banche, scuole, associazionismo sindacale, informazione. L’incontro con Giuseppe Camadini è stato determinante. Ciascuno, nell’altro, ha colto stimoli e chiavi interpretative del passato che, nella comune passione per la politica, divenivano, in quegli anni cruciali di apparente dissoluzione della nazione e di diaspora cattolica, spunti per una lettura della realtà contemporanea e per una prefigurazione del futuro. Credo sia stata quella la più alta e profonda stagione interpretativa dell’anima bresciana. Altri tentavano strade meno ardite, si davano da fare per scardinare il nocciolo costitutivo di quella storia, le istituzioni, sperando di ricondurre quel patrimonio sotto un vago controllo clericale. Se ciò non è capitato allora, ma qualche anno più tardi, dopo la scomparsa di Rumi e di Camadini, lo si deve proprio alla solidità culturale con cui è stata ricostruita la storia e la natura del cattolicesimo bresciano. Giuseppe Tovini, Giorgio Montini e Giovanni Battista Montini hanno costituito il “materiale di studio” su cui tale storia si è venuta costruendo. Ma si sa, lo storico non può fare a meno di innamorarsi del proprio oggetto di studio. E così, questi bresciani che hanno proposto all’Italia un modello affatto nuovo di approccio dei cattolici alla nuova situazione politica, ponendosi senza timori in un contesto interno totalmente avverso, e proponendo un ingresso critico e soprattutto solido e preparato, nella nuova Nazione, divenivano il terreno di condivisione ma anche di elaborazione di un pensiero politico cattolico, che aveva come epicentro quei due o tre luoghi conosciuti in cui Rumi, Camadini e altri amici, molti dei quali assai giovani, trovano modo di discutere e di prepararsi al domani, partecipando.

Qual è l’eredità più importante lasciata da Giorgio Rumi nel modo di leggere la Storia?

Credo sia innanzitutto un’eredità personale. Per quel che mi riguarda Rumi mi ha fatto amare la Storia perché me l’ha presentata come un grande scrigno di questioni aperte e che mai si chiuderanno. Un gioco all’infinito in cui ogni nostra esistenza è proiettata nella triplice dimensione del passato, del presente e del futuro. Rumi a lezione affascinava gli studenti e ai convegni l’uditorio. Mi son sempre chiesto quale fosse la fonte di tale fascino: credo che risiedesse nel fatto che mentre stava parlando di Bismarck, in realtà parlava di te, delle traiettorie della tua vita. E allora la storia, così povera in Rumi di note a pié di pagina, diveniva il pretesto per cercare il senso di tali traiettorie che, come il pendolo, ti lanciavano tra il volto riconoscibile dei tuoi antenati e quello ancora informe dei tuoi eredi. Sì, la Storia aveva per Rumi molto a che fare con il senso, a partire da quello così intimo e insieme concreto, di essere figli di Dio.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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